Case a luci rosse in centro Sgominata banda cinese

Prezzi stracciati e ragazze disponibili sempre. Ma gli inquilini chiamano la polizia
PESCARA. «Elisa orientale - novità prima volta in zona - stupenda giapponese dolce e carina... chiamami». La casa del sesso “low cost” (naturalmente all’insaputa dei proprietari) era in pieno centro, al sesto piano del palazzo sopra l’ex gelateria Camplone, in piazza Primo Maggio dove al posto di «Elisa stupenda giapponese» c’erano donne cinesi che, disponibili 24 ore su 24, offrivano prestazioni sessuali di ogni tipo a prezzi stracciati. Talmente stracciati che il viavai di clienti (tra operai, finti carabinieri e ragazzi in cerca di emozioni) era continuo, perfino alle 4 di notte. Fino a quando l’amministratore del condominio, a nome degli inquilini, ha presentato l’esposto che ha dato il via alle indagini.
Tre appartamenti.È durato un anno il lavoro della squadra Mobile che, diretta da Pierfrancesco Muriana, grazie alla collaborazione di una delle ragazze sfruttate, è riuscita a ricostruire e a incastrare l’organizzazione cinese scoprendo, oltre alla casa del sesso di piazza Primo Maggio, altri due appartamenti a luci rosse: in corso Vittorio Emanuele, in un palazzo di fronte alle Poste centrali, e in via Spaventa a Montesilvano, per un giro d’affari stimato dagli investigatori sui 90mila euro al mese. A capo di tutto una donna, cinese come il resto della banda che, come fa notare il capo della Mobile Muriana, «aveva messo su questa sorta di impresa con le stesse regole e gli stessi criteri con cui molti loro connazionali mandano avanti fabbriche e opifici: lavoro e solo lavoro, con orari estenuanti e manodopera a quattro soldi».
Ragazze come operaie.Un’impresa dove le ragazze, clandestine provenienti dalle campagne cinesi private dei loro passaporti e messe a lavorare con la promessa solo sulla carta di ricevere il 40 per cento degli incassi nelle case a luci rosse che cambiavano periodicamente (di certo una a Roma, e una a Brindisi), venivano svegliate a qualsiasi ora della notte dalla centralinista e capo Chunxian Feng, la quale annunciava l’arrivo del cliente con l’ordine di accettare qualsiasi prezzo: se in partenza per un rapporto anale si chiedevano 100 euro, e per uno normale 50 euro, alla fine il cliente di turno riusciva a cavarsela anche con 20 euro. L’importante,per la banda che faceva versamenti in Cina da diecimila euro alla volta, era fare cassa, lavorare, tanto che in più di un’intercettazione la Feng chiama una delle ragazze, «la mia operaia».
Tre latitanti. Una banda composta da tre uomini e tre donne destinatari di altrettante ordinanze di custodia cautelare in carcere che, disposte dal gip Nicola Colantonio (lo stesso del racket romeno) su richiesta del pm Salvatore Campochiaro, sono state eseguite dalla Mobile domenica sera. Ma delle sei ordinanze per associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina nei confronti di ragazze cinesi, solo tre sono andate a buon fine e cioè quelle di Gaoke Zhu, 25 anni domiciliato a Prato che trovava gli appartamenti e teneva i rapporti con i proprietari, Tingcai Yang, 60 anni residente in provincia di Padova (stipulava i contratti di locazione come Li e Zhou) e Jianbin Chen, 42 anni anche lui residente in Veneto, a Mestre, che secondo l’accusa riceveva da Feng il denaro guadagnato dalle prostitute e lo inviava in Cina. All’appello mancano invece Caiying Zhou, 55 anni residente a Sant’Arcangelo di Romagna, Rongmei Li, 52 anni domiciliata a Venezia e, soprattutto, il presunto capo Chunxian Feng.
Il call center del capo. Quarantottenne domiciliata a Venezia, da dove gestiva il suo “call center”, Feng è sfuggita per un soffio agli investigatori pescaresi che, scoperto il suo debole per il gioco d’azzardo, domenica sono andati ad appostarsi al casinò di Venezia da dove, però, la donna è andata via prima ancora che arrivassero i poliziotti. Ma le accuse a suo carico sono ricche di riscontri e testimonianze da parte non solo della donna che ha collaborato con la polizia, ma anche degli stessi proprietari dei tre appartamenti che l’hanno riconosciuta come una delle locatarie. Secondo l’accusa, la donna, ricercata ma di cui hanno ritrovato i 4 telefonini, con un cellulare riceveva le chiamate del clienti sul numero pubblicizzato su riviste specializzate e di annunci, con un altro girava la “prenotazione” alla ragazza più vicina geograficamente al cliente e con gli altri due gestiva affari e spostamenti di denaro con il resto della banda.
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