Caso Passeri, c’è l’appello della famiglia mentre Tajani difende l’Egitto

Il fratello del giovane 32enne ai politici: «Fate di tutto per tirarlo fuori dal carcere e riportarlo a casa»
PESCARA
«Continuiamo a confidare nello Stato italiano, desideriamo soltanto che la politica faccia di tutto per tirare fuori dal carcere mio fratello e riportarlo a casa». È un commento lapidario, quello di Antonio Passeri, fratello di Giacomo, il 32enne pescarese detenuto in Egitto con una condanna a 25 anni di reclusione per traffico internazionale di stupefacenti.
Il caso di Giacomo Passeri torna sul tavolo dei rapporti tra Italia ed Egitto, proprio nelle ore in cui la sentenza sul caso Regeni ha riacceso il confronto politico e diplomatico tra Roma e il Cairo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha ribadito la necessità di mantenere aperto il dialogo e ha fatto riferimento anche ad altri italiani coinvolti in vicende giudiziarie nel Paese, senza però nominarli. Alla Farnesina la definiscono «quiet diplomacy», un modo di negoziare in modo riservato, lontano dai riflettori, per evitare di inasprire i toni. Una strategia a cui ora guarda anche la famiglia Passeri, nella speranza che possa finalmente arrivare il tanto atteso rientro in Italia per il giovane pescarese, originario della Sierra Leone, detenuto nel carcere di Badr, a nord del Cairo, dall’agosto 2023.
Passeri venne arrestato durante una vacanza, a poche ore dal rientro in Italia. È stato condannato da un tribunale egiziano, con la pena confermata prima in appello e poi dalla Cassazione egiziana. L’accusa è di traffico internazionale di stupefacenti: secondo le autorità del Cairo, Passeri sarebbe stato trovato in possesso di un ingente quantitativo di droga, anche attraverso ovuli ingeriti. La famiglia ha sempre contestato la ricostruzione, sostenendo che si trattasse di una quantità destinata all’uso personale. Ora il ministro Tajani, intervenendo dopo la sentenza sul caso di Giulio Regeni, ha difeso la necessità di mantenere aperti i canali diplomatici con l’Egitto, sottolineando che la Corte d’Assise di Roma ha condannato tre persone per il sequestro del ricercatore italiano e non l’Egitto come Stato. Tajani ha poi precisato di essere «stupito dalle polemiche» e di essersi limitato a «fotografare la sentenza», ribadendo che il governo vuole arrivare alla verità e che «agire con discrezione non significa non agire».
Parole che hanno provocato la reazione compatta delle opposizioni. La segretaria del Pd Elly Schlein ha accusato Tajani di aver «perso un’altra occasione per tacere», sostenendo che la sentenza condanna per il sequestro e la tortura di Regeni tre componenti dell’apparato di sicurezza egiziano. Nicola Fratoianni, leader di Sinistra Italiana, ha parlato di «ennesima toppa peggiore del buco» e chiesto le dimissioni del ministro. Pd, M5S e Avs hanno inoltre chiesto a Tajani di riferire in Parlamento sulle prossime iniziative del governo.
A difendere la linea dell’esecutivo è stata invece Giorgia Meloni. Da Praga, la premier ha ribadito la vicinanza alla famiglia Regeni e alla sua richiesta di verità e giustizia, ricordando che lo Stato italiano è parte civile nel processo. «La sentenza non è ancora passata in giudicato», ha detto, spiegando che il governo ha utilizzato «tutti i canali politici e diplomatici con il Cairo». «Ho un po’ il dubbio», ha aggiunto, «che chiudendo quei canali noi ci allontaniamo dai nostri obiettivi piuttosto che avvicinarci».
È dentro questo delicato equilibrio diplomatico che resta anche la vicenda del pescarese Passeri. Un caso diverso da quello Regeni, ma che riporta in primo piano il tema degli italiani coinvolti in procedimenti giudiziari in Egitto. Per la famiglia pescarese, però, al di là delle strategie diplomatiche e dello scontro politico, la richiesta resta una sola: che Giacomo possa lasciare il carcere e tornare a casa.


