Cementificio, conceria... gli ecomostri da eliminare

10 Dicembre 2014

Il professor Zazzara elenca gli edifici da cancellare per un rilancio urbanistico «Nel polo industriale, capannoni mai entrati in funzione e irrecuperabili»

PESCARA. È lungo l’elenco degli ecomostri a Pescara, veri e propri ruderi o incompiute che da decenni giacciono inutilizzati a deturpare il paesaggio, con tutta la loro inutilità. E ora lo scheletro dell’edificio a sette piani dell’immobiliare Michelangelo riportato alla ribalta dal presidente del consiglio comunale Antonio Blasioli, l’altro ieri ha riaperto la questione delle demolizioni.

Senza dimenticare il condominio inclinato di via d’Annunzio 259-261, in attesa di essere raso al suolo, con gli inquilini che sono stati fatti evacuare da tempo, dopo l’ordinanza comunale che prevede l’abbattimento dell’intero palazzo, per una spesa che si aggirerebbe sui 50mila euro per ciascun proprietario di appartamento, un «mostro» irrecuperabile, tanto per cominciare, è il cementificio.

Chiuso da un anno e mezzo circa, di proprietà privata, secondo il professor Lucio Zazzara, associato di Urbanistica all’università d’Annunzio, per il suo abbattimento occorrerebbero più o meno «dieci milioni».

«In quella struttura», spiega Zazzara, «ci sono dei forni pesanti, un impianto di produzione del cemento e comunque attrezzature che hanno funzionato fino a poco tempo fa e non basterebbero le ruspe per la demolizione: servirebbero dei mezzi metallici. Poi ci sono le costruzioni di via Aterno, che fanno parte del sistema del cementificio, che saranno difficili da recuperare», continua Zazzara.

Non molto distante dal cementificio, tra via Aterno e via Tiburtina, giace il quadrato dell’ex Cogolo, una conceria, rilevata dalla ditta Di Vincenzo, e in disuso da oltre vent’anni, sulla quale si sono affastellati solo una serie di progetti rimasti nel cassetto, e mai andati in porto. Ora l’area ricade in quello che è denominato “Piano ella pericolosità”, ed è dunque bloccata, in quanto rientra in quel cono d’atterraggio relativo all’aeroporto. Una limitazione che vieta la possibilità di costituire delle strutture nelle quali si possa concentrare un alto numero di persone, tanto da escludere proprio quei progetti che erano stati ipotizzati e che erano indirizzati verso la realizzazione di centri commerciali.

«Qui», stima Zazzara, «per la demolizione occorrerebbe più o meno un milione di euro, anche se risulta un’operazione difficile».

Poi c’è tutto quello spazio che su Google maps appare come una macchia bianca, e che va dal Mulino De Cecco, fino alla rotatoria del quartiere di San Donato. Si tratta del deposito merci di Portanuova, realizzato alla fine degli anni ’60, e concepito con la funzione di interporto che non è mai entrato in funzione pienamente, in quanto non rientra nei piani strategici delle Ferrovia italiane.

Da viale d’Annunzio, appunto, si scorge una rampa che sarebbe dovuta servire per far passare i carichi su gomma, da trasferire sui treni, proprio com’è tipico per ogni interporto. Oggi è invece «un enorme terrapieno», come lo definisce Zazzara, «sul quale ci si potrebbe realizzare di tutto, in quanto quella è un’area importante della città».

Tuttavia, se si escludono la caserma dei vigili del Fuoco (per il quale il presidente della giunta regionale Luciano D’Alfonso ha ipotizzato una sede dell’Università d’Annunzio), e la caserma Fanti della polizia (la quale rientra, con il Rampigna, nello spazio che a Pescara fu della Fortezza), che per Zazzara andrebbero demolite, c’è poi la zona industriale.

«Lì ci sono capannoni mai entrati in funzione e irrecuperabili. Sarebbero da censire», ha precisato il docente, «per poi programmare un’azione pubblico-privato».

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