Cervi, la parola va all’esperto: «Per me è un falso problema»

16 Ottobre 2024

Angelucci, veterinario del Parco della Maiella: la proliferazione ora non è anomala

L'AQUILA . Caccia ai cervi sì o no? Mentre la giustizia amministrativa, tra ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, fa il suo corso, cresce a dismisura il dibattito sull'abbattimento selettivo di quasi 500 esemplari in Abruzzo. Con posizioni nettamente contrapposte. La data da cerchiare in rosso è quella del 7 novembre prossimo, quando il Consiglio di Stato si pronuncerà definitivamente. Ma gli interrogativi sono tanti: come contenere l'aumento della popolazione dei cervi? Ci sono strade alternative come la sterilizzazione delle femmine e con quali risultati? Domande che abbiamo posto ad un esperto, Simone Angelucci, medico veterinario del parco Majella, che i cervi li ha sempre visti e curati da vicino. Un uomo del mestiere, lontano delle ideologie politiche e dalle appartenenze ambientaliste che stanno scaldando gli animi.
Per Angelucci «la caccia ai cervi è un falso problema». La proliferazione della specie, al momento, non è anomala in Abruzzo e non sono necessarie misure alternative per ridurre la popolazione. Ma, soprattutto, la Regione non è pronta a dare il via all'abbattimento selettivo, in quanto mancano passaggi normativi essenziali. Partiamo dal quesito che è sulla bocca di tutti.
Come contenere la proliferazione e l'aumento dei cuccioli di cervo?
Non c'è nessuno proliferazione anomala. La popolazione di cervo è, allo stato attuale, esito di reintroduzioni fatte in Abruzzo negli anni Ottanta. L'attuale abbondanza di esemplari è la conseguenza diretta della disponibilità di aree e risorse alimentari che si sono liberate negli ultimi decenni, soprattutto in conseguenza dell'abbandono dell'agricoltura nelle aree montana e submontane.
Quindi, in Abruzzo non siamo ai livelli di soglia massima?
Vi è una differenza sulla curva di crescita di questa popolazione rispetto a quelle alpine perché la popolazione di cervo è nata e si è accresciuta sempre in presenza del suo principale predatore che è il lupo. Cosa che non è avvenuta negli scorsi decenni per le popolazioni alpine per le quali, essendo il predatore assente, la densità di popolazione dei cervi è ben più alta della nostra.
Ma la Regione Abruzzo ha scelto di dare il via all'abbattimento selettivo.
Pur essendo lecito sotto il profilo normativo e procedurale, per avviare una caccia di selezione al cervo le soglie sono fissate dall'Ispra. In Abruzzo, la percentuale di esemplari è appena al di sopra della soglia minima per consentire questo tipo di attività.
Mi sta dicendo che rischiamo di uccidere quasi 500 cervi quest'anno e ritrovarcene altrettanti il prossimo?
Certo. Se le condizioni ambientali non cambieranno ovvero se i cervi, in Abruzzo, continueranno ad avere disponibilità di territori e risorse alimentari: un abbattimento del 10%, considerando la caccia di quasi 500 esemplari, potrebbe portare risultati soltanto in termini locali e non complessivi di popolazione.
E i danni all'agricoltura?
La correlazione tra i cervi abbattuti e la diminuzione di danni alle coltivazioni agricole e di incidenti stradali non è affatto matematica.
In che senso?
È una problematica da affrontare analizzando i contesti locali e valutando quali sono i fattori che, anche su basse densità di popolazione, comunque non escluderebbero la possibilità di danni alle colture e di incidenti stradali.
Funzionerebbe meglio la sterilizzazione delle femmine?
Attualmente non vi è nessuna necessità di pensare a controlli alternativi del numero dei cervi, come la sterilizzazione. Si tratta di una popolazione in sostanziale equilibrio, al netto del fatto che politicamente si può decidere di prelevarne una quota.
Sterilizzare costerebbe più o meno che abbattere?
Non è scientificamente provato, sugli ungulati a vita libera, che la sterilizzazione farmacologica o chirurgica sia uno strumento utile a modulare la popolazione. Di fatto, non è pensabile avere il controllo di tutte le femmine che possono riprodursi: sarebbe, peraltro, estremamente dispendioso.
Anche l'abbattimento selettivo potrebbe non essere efficace, come accaduto per i cinghiali dove uccidere il capobranco maschio e quello femmina ha fatto saltare il meccanismo di controllo degli accoppiamenti? Risultato: più gravidanze e più parti.
Accade perché i fattori determinanti non sono quale tipologia di cervo si va ad abbattere. Il piano presentato dalla Regione prevede un prelievo strutturato per classi di età, come teoricamente dovrebbe essere al netto dell'impatto emotivo che questo comporta sul prelievo delle madri o dei piccoli cuccioli.
Detto ciò, secondo lei è giusto dare il via alla caccia in Abruzzo?
Il vero fattore tecnico, che non si è preso in considerazione e che in Abruzzo non rende fattibile l'avvio della caccia al cervo, è la mancanza del sistema di strutture di filiera previste dal regolamento europeo. Che significa?
Non ci sono centri di sosta diffusi sul territorio nei quali conferire gli animali abbattuti e dove effettuare le verifiche sanitarie che, tra l'altro, sono obbligatorie per la vendita, e indispensabili per trattare i capi in condizioni igienico- sanitarie adeguate e con la dignità del caso. Un cervo non è un uccelletto: deve cambiare la cultura venatoria.
Un po' come per i cinghiali?
Esatto, come sarebbe dovuto essere anche per la gestione del cinghiale. La caccia agli ungulati prevede necessariamente un'evoluzione della cultura venatoria e delle procedure di selezione e di trattamento delle carni. Procedure che, in Abruzzo, non sono state ancora attuate, nonostante alcuni cacciatori abbiano iniziato da tempo percorsi formativi adeguati.
Quindi, al momento non si può partire?
No, è necessario prima provvedere a quello che la normativa europea prevede instaurando anche una sensibilità diversa rispetto alla fauna selvatica.
Allora qual è la strada da seguire?
Quella di proseguire con una formazione dei cacciatori e attuare, senza ritardo, la predisposizione di centri di sosta adeguatamente rappresentati sul territorio. Devono essere vicinissimi alle località dove si caccia perché spostare una carcassa di cervo di 180 chili diventa complesso. Pertanto, tali strutture vanno allestite in modo rappresentativo all'interno degli ambiti territoriali di caccia.
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