Checco Mancini: la mia Pescara dove si faceva a botte per un’idea

7 Agosto 2016

Il terzogenito dell’ex sindaco e deputato Dc Antonio, racconta la città tra gli anni ’60 e ’70 Le risse davanti al Classico, gli scherzi e il sogno del padre che ha raccolto in un libro: “Molto mosso”

PESCARA. È nato nel Palazzo delle Poste di corso Vittorio, quando il padre Antonio ne era il direttore prima di diventare sindaco di Pescara nel 1956.

Francesco Mancini, “Checco” per tutti da una vita, ma scherzosamente “Bob l’attore” nel giro delle palestre (da Edera a Ciattoni fino alla Verna) dove ha praticato lotta e judo da quando era ragazzino, manager del gruppo Di Vincenzo per le grandi opere, ha appena pubblicato il suo secondo libro “Molto mosso” (500 pagine Carsa edizioni). Una sorta di dossier in cui, carte alla mano, quelle dell’archivio del padre, Mancini di fatto racconta il naufragio di un sogno a cui mancava poco per avverarsi: Pescara capoluogo dell’Abruzzo adriatico che proprio il padre Antonio, prima da sindaco (dal 1956 al 1962) e poi da deputato Dc (dal 1963 al 1976) contribuì a imbastire concretamente con l’avvio dei lavori dell’autostrada Roma-Pescara, la creazione del polo universitario Pescara-Chieti-Teramo e con l’ottenimento dei fondi per la grande stazione ferroviaria di Pescara.

Mancini, perché siamo ancora qui a parlarne?

Perché a un certo punto la politica ha spostato l’asse dei finanziamenti e dei progetti più a sud di Pescara, prima con Mattei e poi con Gaspari. L’idea del capoluogo adriatico di mio padre, che negli anni Sessanta e Settanta aveva gestito per la Dc la politica autostradale e dei trasporti, partiva dal “gemellaggio” di Pescara con Chieti, dalla Val Pescara come fulcro industriale del patto metropolitano che papà seppe vedere già nel ’47 quando parlava di Pescara come la metropoli mediana tra nord e sud, disegnando, progettando e realizzandone le basi. A cominciare da collegamenti stradali come l’asse attrezzato.

E Pescara? Lei che ha letto i carteggi e le rassegne stampa di quegli anni, com’era Pescara?

Era l’emblema della città americana del Far West. Personalità come Bellonci, Malaparte, rimasero ammirati dalla vitalità, dall’operosità di cui la città diede prova nella ricostruzione. Fu il capoluogo più danneggiato dalla guerra. Fu saccheggiata dai tedeschi di tutto, perfino del monumento ai Caduti di Castellamare Adriatico che sorgeva nell’area dell’attuale Nave di Cascella. Ma è proprio da tutto questo che nacque lo spirito dei pescaresi. Un moltiplicatore di energie dove trovavano posto tutti. Basti pensare al periodo dei lavori autostradali in cui vennero le famiglie dei tecnici con i loro figli, portando parlate e culture diverse.

E lei, che Pescara ha vissuto? Alla fine era sempre il figlio del sindaco.

I miei fratelli e io abbiamo sempre fatto cose normali. Andavo dalle suore di Nostra Signora perché a mamma andava più comodo, ma per evitare che fosse visto come un privilegio fui mandato alle elementari in via Roma e alle medie alla Tinozzi. Tra i compagni di scuola anche il povero Italo Ceci. E poi al Classico, scelto controvoglia su insistenza di mia sorella Giovanna (docente universitaria scomparsa di recente, ex consigliera comunale e regionale del Pci ndr), la maggiore, l’unica persona che avesse su di me una vera autorità intellettuale e morale. E infatti prima di diplomarmi nel 1972 con 58, dovetti cambiare tre sezioni. Ma erano anni caldi, con il ’68 di mezzo e gli scontri per Pescara capoluogo nel 1970.

Ce li racconti.

Eh, si faceva a botte. A Pescara in quegli anni i fenomeni di costume più disgreganti erano la politica e la droga. Io facevo a botte per la politica, tra i comunisti. Ma furono meccanismi che in pochi anni degenerarono e si salvò solo chi aveva la famiglia alle spalle. L’anno più duro fu il 1971, l’anno in cui papà si arrabbiò davvero, “state prendendo una piega che non sai dove va a finire, se fai un errore adesso rischi di comprometterti tutta la vita”. In effetti io ero il più facinoroso dei tre figli. Ho fatto il lottatore, anche se non ho mai risolto a botte le questioni personali. Ma va detto: una cosa è fare a botte davanti a scuola e una cosa le spedizioni punitive. Avevo amici di destra con cui spartivo il sonno. E quando c’era da fare a botte, mica ce la prendevamo tra di noi. Ma mi ricordo un periodo in cui davanti a scuola, al Classico, tutte le mattine, per un mese di seguito, c’era una rissa. Mi ricordo ancora quando Antonio Vizioli, di sinistra, salvò Massimo Di Paolo che stavano torchiando dentro la pizzeria del Classico. Ma in quel periodo rimediai anche la prima sospensione, 5 giorni. La lettera ce l’ho incorniciata. Mi andò bene perché avevo l’esame di Stato e il preside Colucci mi voleva bene.

E poi gli scontri per Pescara capoluogo, anche lì scese in strada?

Sì, ma non tanto per l’idea, perché alla fine da abruzzese credo che sia andata meglio così, nel senso che Pescara può fare a meno del capoluogo e L’Aquila no. Ma scendevo in piazza perché non volevo estraniarmi da quello che facevano i borgatari, da quello che succedeva. Si scendeva in strada tutte le sere, alla stazione non ti potevi avvicinare. A mezzanotte si faceva finta di forzare il cordone e si scappava. Ma una volta i celerini ci riempirono di botte dopo averci inseguito fino al mare. Mi ricordo un’altra volta che acchiapparono Veniero De Giorgi davanti a Pic-nic, in via Sulmona, lui era campanilista, qualche manganellata la prese. E poi un’altra volta cominciarono a caricare, scappammo dentro la birreria Dreher in corso Vittorio, chiedemmo al cameriere di andare ad abbassare la saracinesca, ma come tirò fuori la mano i celerini lo tirarono fuori e lo intommarono di botte. Ma sempre per il capoluogo quelli di destra vennero sotto casa a protestare contro mio padre, un centinaio a urlare “a morte” contro papà, che invece uscì in bretelle e gli gridò di andarsene: “fate prima”.

Che padre è stato?

È come se ho avuto due padri. Il primo, quello della politica, inarrivabile, che però quando ci doveva stare c’era sempre, e il secondo a fine carriera. Comunque mai severo, una persona divertente, che faceva un sacco di mattità, tipo andare a prendere i gatti randagi con la sua A112, a fine carriera, per combattere i topi in campagna dove si era inventato la campagna biologica. Sapeva fare tutto, da ragazzo aveva fatto il fabbro, l’elettricista, vinse il concorso alle Poste a 17 anni e continuò a studiare prendendo la maturità scientifica da privatista. Ma decisiva è stata la guerra. Nel 1940 pur essendo antifascista andò volontario alla scuola di artiglieria di Pesaro e dopo un anno chiese di essere assegnato al fronte. Partì il 29 luglio nel ’43 per la Corsica, quando era già caduto Mussolini, il tempo di fare l’unica battaglia vinta contro i tedeschi e poi finì in Sardegna con altri 400mila soldati italiani. Tornò dopo un anno e mezzo senza sapere che fine avesse fatto il fratello Armando, trucidato in Grecia. Da Napoli con gli inglesi ci mise due mesi a risalire l’Italia fino a Forlì dove conobbe Zaccagnini e altri esponenti della Dc. Fu lì che cominciò a far politica pur continuando a dichiararsi ufficiale del Regio esercito, perché è sempre stato monarchico. Ma la guerra lo segnò profondamente, anche se di quello che vide tra la Corsica e la Sardegna ci raccontò un decimo.

Se dovesse sintetizzare, che cosa ha fatto suo padre per Pescara città?

Quattordici scuole. Andate in giro, sono le più belle, quella in via Milano, la Mazzini. I borghi dei pescatori, il Villaggio Alcyone, la città Satellite. Il ponte, l’acquedotto, ha risolto e impostato la questione ferroviaria facendo arrivare a Pescara i soldi per quella che doveva essere la più grande stazione d’Europa.

Ma come mai né lei, che ha militato nei movimenti politici giovanili e universitari del Pci, né i suoi fratelli, Giovanna nel Pci in consiglio regionale e comunale e Armando, attuale manager della Asl, assessore Ds al traffico nella giunta D’Alfonso, avete abbracciato la Dc?

Dipende dalla formazione culturale. Non siamo una dinasty, non ci sono i meccanismi della congrega. Per molti, essere figli di chi siamo costituiva un ottimo biglietto da visita, ma ognuno di noi ha fatto la sua strada. Io ho fatto politica all’università, a Bologna dove studiavo mi occupai del caso disciplinare di Salvatore Sechi. Come servizio d’ordine del Pci a Pescara ci affidarono il concerto Banana Repubblic di Dalla De Gregori, lo gestimmo Angelo Tenaglia e io: la sera del concerto cominciò a piovere e facemmo uscire dallo stadio 30-40mila persone che la sera dopo facemmo rientrare con lo stesso biglietto.

Che si faceva a Pescara a cavallo tra i ’60 e i ’70?

Oltre alla scuola, con professori come Ciafardini, Visci, Di Daniele, Anchini e l’indimenticabile Cavaliere, c’erano le feste in casa, la comitiva a Istria, quando lo gestiva Pino Ciccantelli. Per me i combattimenti di lotta e l’atletica che mi portò a una finale dei 300 metri ad Ascoli in cui c’era anche Mennea, che ci diede 30 metri. E poi i viaggi in moto.

Qualche pazzia?

Ne facevamo tante. Una volta in 48 ore andai e tornai in motorino da Roma, solo con la camicia e le locandine dei giornali sotto. Un’altra volta andammo con le moto a trovare Roberto il matto ad Aversa, ma non ci fecero neanche entrare. E poi chi se le scorda le lezioni con Antonio il Forzante su come spezzare le catene. A me insegnò a mangiare le sigarette accese e i pezzetti di vetro. Era una Pescara divisa per zone. La Ricciotta, la Marina. La mia pescaresità l’ho vissuta tra gli ambienti border line e le vivacità cittadine.

Ha una figlia di 31 anni che vive a Barcellona. Ma Pescara è ancora in tempo per realizzare il sogno di suo padre?

Sì, si può ancora fare. Basta ripartire dall’asse prioritario Pescara-Chieti e ridare forza alla Val Pescara.