Chiesa gremita per Marino «Avvocato appassionato»

Tanti legali e magistrati ai funerali del penalista morto 9 mesi dopo l’incidente Don Cristiano: univa competenza e cuore. Incarnava dedizione, follia e bontà
PESCARA. La toga sulla bara. La cattedrale piena. Un dolore silenzioso e composto. Poi un applauso, prima dell’ultimo viaggio, quello per la sepoltura. Erano tanti, tantissimi, i colleghi, i magistrati e gli amici che hanno voluto dire addio a Paolo Marino, l’avvocato penalista di 64 anni morto giovedì sera a Porto Picenza Picena, dove era ricoverato da mesi per le conseguenze di un incidente stradale avvenuto a febbraio.
Era speciale, Marino. Chi lo ha conosciuto ha solo parole di ammirazione per lui, perché sapeva distinguersi come uomo e come professionista, dando molto, senza mai risparmiarsi. E per salutarlo non poteva esserci «Vangelo più adatto della parabola dei talenti», come ha detto don Cristiano Marcucci aprendo l’omelia. «Un Vangelo perfetto per Paolo» perché la parabola racconta che «ognuno di noi ha dei talenti, dei doni, risorse incredibili, infinite». Potenzialità di cui non tutti sono a conoscenza e che «non tutti riescono a mettere a frutto». Che fare di questi doni? «Chi se la gioca sbaglia parecchie volte. Ma il dramma vero non è sbagliare, bensì non provarci», ha proseguito don Cristiano offrendo la chiave di lettura del Vangelo. «Quando una persona scopre i suoi talenti la vita diventa ricchezza infinita» e quindi «il segreto per essere felici è riconoscere le proprie capacità e farne dono». Tutto questo per dire che Marino incarnava questi principi, li ha sempre fatti suoi. «Chi lo ha conosciuto sa che univa competenza e cuore». Del noto penalista emergevano «la passione, la follia, la bontà, la capacità geniale di fare delle cose. Era riuscito a far diventare il suo lavoro una missione, trascorrendo decenni dietro quella scrivania. E la sua forza, ma anche la sua debolezza, è stata mettere le persone nel cuore, senza pensare a chi ci fosse dall’altro lato». La sua attività lo ha portato ad affrontare «situazioni terribili» eppure riusciva a «dare forza e speranza nella disperazione», ha proseguito don Cristiano tratteggiando i talenti di Marino. La sua esistenza, che racchiude il passaggio del Vangelo di ieri, «ci dice che la vita va vissuta appieno» e l’insegnamento che lascia è che «abbiamo tutti tante risorse. Sta a noi scoprirle e giocarci la vita con passione, mettendoci in gioco, donando a chi ci sta accanto». Marina sente già la mancanza del fratello che non c’è più e che l’ha «protetta» mentre crescevano. Aveva «un cuore forte», ha sottolineato dal pulpito la sorella del penalista parlando come se lui fosse presente. È «onorata» di aver «vissuto» un fratello così, nei cui occhi c’era sempre «un guizzo» e che aveva un «cuore forte», una voglia di «donare e di amare». Tra fratelli «gli occhi non mentono» e Marina sa «quando e quanto» sia stato felice» quest’uomo che ha sempre «dovuto lottare con il destino», ma ha reso «molte persone orgogliose di lui». E se sarà difficile colmare la sua assenza, ci sarà la capacità di «reagire». «Ora dovresti entrare e fare la tua arringa finale. Un’arringa che risuonerà per sempre», ha concluso lasciando andare via il fratello.
Sul sagrato, l’abbraccio alla famiglia di una folla muta. C’erano il presidente del Tribunale Angelo Bozza, i giudici Di Fine, Papalia, Tascone, Cassano e Bellelli, e gli avvocati Milia, Squatercchia, Corradini, Grilli Serino, Sbaraglia, Gabriele, Cetrullo, De Marco, Di Giulio, Forcillo e Navelli, solo per dirne alcuni, con il presidente dell’Ordine Di Campli.
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