Chili di marijuana ai ragazzini Smantellato clan senegalese

17 Giugno 2015

Si consigliavano con lo sciamano in Africa per smistare fino a 40 kg di droga a settimana lungo la riviera e a Pescara vecchia. Il quartier generale nel condominio-kasbah di Montesilvano

PESCARA. Al posto delle borse contraffatte i senegalesi (alcuni di loro) si sono messi a vendere la marijuana, cambiando merce e anche clienti: non più le madri a caccia di false griffe a buon prezzo ma i figli, ragazzini appena adolescenti e spesso di buona famiglia a cui, lungo la riviera da Silvi a Francavilla, passando anche per Pescara vecchia, riuscivano a smerciare anche 40 chili di droga a settimana, per un giro di affari di circa un milione di euro l’anno.

È la “holding” dei senegalesi, un’organizzazione piramidale che aveva il quartier generale nel condominio-kasbah di via Ariosto, a Montesilvano, e che ieri è stata smantellata dal comando provinciale della Guardia di finanza dopo due anni di indagini e 46.812 ore di intercettazioni telefoniche (su 78 utenze) in dialetto wolof: 29 le ordinanze di misura cautelare eseguite su disposizione del gip Gianluca Sarandrea (pm Gennaro Varone) da 120 finanzieri arrivati all’alba anche da fuori Abruzzo, con l’ausilio dei cani antidroga e dell’elicottero del reparto Aeronavale di Pratica di Mare dotato di telecamera a raggi infrarossi.

Un’operazione, denominata non a caso “Ariosto 2013” coordinata dallo Scico (Servizio centrale investigazione criminalità organizzata) e dalla direzione centrale servizi antidroga e illustrata dal comandante provinciale Francesco Mora, dal comandante del Nucleo di polizia tributaria, il tenente colonnello Roberto Di Mascio e dal comandante di compagnia Armando Masucci che con i baschi verdi aveva sequestrato i tre grammi di marijuana da cui, due anni fa, presero il via le indagini che dal cliente allo spacciatore hanno portato a scoprire la presunta cupola senegalese a cui in questi mesi sono stati sequestrati 38,6 chili di marijuana, 3,1 chili di eroina,180 grammi di cocaina e 20mila euro in contanti.

Otto le ordinanze di custodia in carcere per traffico di droga di cui sette (uno è ricercato) eseguite tra Montesilvano (al complesso Ariosto, roccaforte del presunto capo Abdou Mbaye, 34 anni, e i palazzi Gemelli residenza del magrebino Noussair Ahmed, 39), Città Sant’Angelo (dove abita l’albanese Orgest Dashi, manovratore di gru 22enne già in carcere), Silvi Marina e Roma. Undici le misure ai domiciliari (ma due sono latitanti) e dieci gli obblighi di firma notificati ad altri senegalesi e a tre italiani: F.B., rom 44enne residente a Pescara in via Lago di Capestrano, G.D.M. 57enne di Montesilvano e P.D.P. 52enne di Sambuceto ritenuti l’interfaccia tra i senegalesi e i gruppi albanesi e rom. Dagli albanesi, i senegalesi si rifornivano della marijuana, mentre dai rom della cocaina e dell’eroina quando non ne avevano abbastanza per soddisfare le richieste del mercato. Droga pesante che solitamente, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, veniva stoccata nei villaggi africani dove i cosiddetti “ovulatori” venivano addestrati per ingerire lo stupefacente e trasportarlo in Europa appoggiandosi alla comunità senegalese in Belgio da dove il viaggio proseguiva fino a Torino e da qui a Roma e poi a Montesilvano, in autobus o in treno.

Tutta senegalese anche la manovalanza, gli spacciatori, che sono poi i 64 denunciati a piede libero nel corso dei due anni di indagini. Nella maggior parte dei casi si tratta di ambulanti che, complice la crisi, alternavano la proposta di cd e griffe contraffatti con lo smercio di marijuana soprattutto, muovendosi nelle zone più popolate dai giovani: Pescara Vecchia, la riviera, la zona del porto turistico ma anche in spiaggia dove nei mesi scorsi gli stessi finanzieri hanno sequestrato due chili di droga nascosta in mezzo alla sabbia.

Spacciatori che si muovono a piedi, facendo da sentinelle anche intorno a via Ariosto, e trafficanti che invece, come ricostruito dagli investigatori, si muovono per la città in bicicletta, per ricevere i carichi che arrivano con i corrieri senegalesi alla stazione o per smistare i grossi quantitativi tra i vari acquirenti. Ma a guidarli c’è lo sciamano, il grande saggio del villaggio africano (dove vanno gran parte degli introiti) che più volte i capi dell’organizzazione contattano al telefono per chiedergli lumi su giornate particolarmente rischiose, quando c’è da smistare droga o da fare movimenti pericolosi. Ma non solo. Allo sciamano, che quando iniziano gli arresti gli dice che qualcuno li sta tradendo, i capi chiedono anche aiuto, scandendo al telefono i nomi dei magistrati e degli investigatori da fermare: «Pensaci tu».

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