Ciarelli dal carcere: «Condanna ingiusta non onora i morti»
Il rom dopo il verdetto di 30 anni per l’omicidio di Rigante: «Contro di me solo pregiudizi, mi batterò per la verità»
PESCARA. «Il pregiudizio nei confronti dei rom» e «una condanna ingiusta che non serve a rendere memoria ai morti». Scrive dal carcere, Massimo Ciarelli, il rom condannato a 30 anni per l’omicidio del tifoso Domenico Rigante, ucciso la notte del 1° maggio 2012 in via Polacchi. Per quell’omicidio Ciarelli è stato arrestato pochi giorni dopo il delitto e portato in carcere dove ancora si trova e da cui ha preso carta e penna per esprimere le sue ragioni, incomprensibili alla famiglia Rigante che ha perso un figlio. «Nessuno può ritenersi soddisfatto della sentenza», scrive il rom condannato alla pena esemplare nonostante i due big del foro, gli avvocati Carlo Taormina e Franco Metta su cui ha prevalso invece la linea del giovane Ranieri Fiastra del foro di Pescara, legale della famiglia Rigante parte civile nel processo. «Il processo è stato condizionato dai pregiudizi», aggiunge ancora Ciarelli alludendo a un presunto razzismo nei confronti dei rom mai espresso, in realtà, dalla famiglia del tifoso morto. «La sofferenza e il dolore dei familiari della vittima non troveranno lenimento nel “giustizia è fatta” perché, in realtà, è stata un’ingiustizia: la mia condanna in primo grado non rende onore e memoria a nessuno», dice il rom rinchiuso attualmente nel carcere di Orvieto. «Non intendo lamentarmi nei confronti dei toni razzisti ma ciò che è accaduto necessita di riflessione e di altri gradi di giudizio. Ci batteremo fino alla fine con dignità affinché sia ristabilita la verità. L’amarezza e il dolore saranno di stimolo per andare avanti fiduciosi nonostante il clima avverso», dice ancora offrendo, alla fine, «piena solidarietà a mio fratello con la speranza che gli altri gradi di giudizio ci rendano vera giustizia». Il fratello a cui Ciarelli si riferisce è Angelo, condannato per aver ucciso il 2 luglio 2012 l’ambulante Tommaso Cagnetta. Se in primo grado il rom era stato condannato a 21 anni di carcere per un omicidio considerato preterintenzionale, la Corte d’Assise d’appello ha deciso che Ciarelli, quel giorno a Racitelli, sparò per uccidere: il rom è stato così condannato in appello alla pena maggiore di 22 anni e mezzo, ma per omicidio volontario. (p. au.)
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