Come nel 1972 e poi nel ’96 Che festa con i fanti piumati

Nella riunione per il 160° anniversario del corpo arrivò anche il reggimento che aveva operato in Bosnia con le forze Nato e l’emozione era palpabile
PESCARA. Era il 19 maggio del 1996, ben 21 anni fa, quando una suggestiva sfilata per le vie del centro chiuse a Pescara il 44esimo raduno nazionale dei bersaglieri. Nel capoluogo adriatico si diedero appuntamento circa sessantamila fanti piumati, organizzati in 575 gruppi provenienti da tutte le regioni d’Italia, da 56 fanfare e da 10 plotoni in armi.
Presero parte al raduno anche trentamila familiari, che assieme ai bersaglieri festeggiarono il 160esimo anniversario della fondazione del corpo, istituito dal generale La Marmora il 18 giugno 1836. L’emozione era palpabile nelle strade cittadine percorse da passi decisi e da ali di applausi, come pure nelle parole dell’allora presidente nazionale del Corpo, Sandro Romagnoli. «Voglio ricordare e ringraziare tutti i bersaglieri, anche quelli che non ci sono più. Il nostro unico ideale è sempre stato quello di tenere alto il nome dell’Italia».
In quell’occasione di tanti anni fa, a Pescara fu presente anche una rappresentanza del reggimento che aveva operato in Bosnia nell’ambito dell’operazione “Ifor”, forza multinazionale della Nato dispiegata in quelle zone dal dicembre 1995 per un anno.
La più grande missione militare nella storia della Nato. Oltre a quello del ’96, la sezione dei bersaglieri di Pescara, dalla sua costituzione nel lontano 1929, organizzò un altro raduno nazionale, i1 22esimo, nell’anno 1972. Anche in quell’occasione, in migliaia sfilarono nel cuore della città. In testa, il cappello nero col caratteristico “piumetto”, composto di piume di gallo cedrone, che un tempo veniva usato come protezione dal sole per l’occhio destro, quello che aveva il compito di mirare.
La sezione pescarese, il cui primo presidente fu il bersagliere Vincenzo Brandimarte, è stata intitolata alla Medaglia d’oro al valor militare Settimio Di Battista, nato a Torre de’ Passeri nel 1919 e morto sul fronte dell’Africa Settentrionale nel novembre del 1941. Nella motivazione della Medaglia d’oro che gli venne conferita, è racchiuso il sentire comune con cui viene identificato ancora oggi l’intero Corpo dei bersaglieri: «Nel corso di un attacco di mezzi corazzati, con due bottiglie incendiarie affrontava un primo carro che andava in fiamme, gravemente ferito, con supremo slancio, ne affrontava un secondo, ma dopo averlo immobilizzato veniva travolto da un terzo. Il suo eroico comportamento galvanizzava i suoi compagni di lotta che riuscivano a ristabilire la situazione. Magnifico esempio di eroico ardimento e di supremo sacrificio per la patria».
E ora eccoci ai giorni nostri, affacciati alle stesse finestre da cui, con la curiosità dei bambini, abbiamo guardato tanti anni fa correre i bersaglieri al suono della fanfara.
Quella stessa fanfara che nacque con la prima compagnia di bersaglieri, e che, unica banda al mondo a esibirsi a passo di corsa, Quarenghi raccontava così: “…marciavano in testa dodici soldati colla carabina sulla spalla sinistra, tenendo nella destra corni da caccia con cui suonavano una marcia allegra, vivace e tale da far venire la voglia di correre anche agli sciancati».
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