«Con Federica ho perso tutto, ma spero che non sia morta invano»

Il dolore della madre della studentessa vittima del frontale di venerdì, e l’appello alle istituzioni: «Servono regole ferree per la sicurezza stradale, più controlli per la velocità o succederà di nuovo»
FRANCAVILLA AL MARE. Mancavano 3- 4 minuti al massimo di macchina, e Federica Pizzuto, 21 anni, venerdì pomeriggio, dopo aver salutato il fidanzato alla facoltà di Medicina di Chieti, sarebbe rientrata a casa a Francavilla, zona Pretaro. Il tempo di uscire dallo svincolo della Pineta e di percorrere un chilometro e mezzo di Nazionale ed era arrivata. Avrebbe aspettato il rientro dei genitori che venerdì scorso erano di ritorno da Udine in autobus, dov’erano stati a trovare la figlia maggiore, e tutto sarebbe proseguito come sempre. Ma proprio a un passo dallo svincolo c’è stato il frontale con il furgone condotto da un montesilvanese di 59 anni che invece era appena entrato sulla variante. Adesso, mentre lui è ricoverato in Rianimazione, «Federica non c’è più», ripete la mamma Lucia Capraro. «Guarda com’è ridotta la macchina, il padre gliel’aveva sistemata perché almeno con una macchina robusta viaggiava più sicura». «E invece», interviene con un filo di voce Giuseppe Pizzuto, «sono dovuto andare a dire quello che non avrei mai voluto, “Sì, è mia figlia”. È toccato farlo a me».
Originari della Puglia, di San Marco in Lamis a un passo da San Giovanni Rotondo, i genitori di Federica sono arrivati a Francavilla quando lei aveva sette anni: «Mio marito, racconta Lucia, «lavora in Aeronautica, siamo qui per il suo lavoro». Ed è così che tra lacrime e silenzi il racconto si intreccia alla loro vita con Federica. «Eravamo quattro, siamo ancora quattro», dice la sorella Giulia mentre mostra la foto dell’ultimo compleanno della sorella, di sette anni più piccola. «Era il 22 luglio scorso, e io non lo volevo neanche festeggiare in casa», sussurra Lucia, «avevo perso mia madre da quattro mesi, è stato un colpo pesantissimo per me e non riuscivo a riprendermi. Le avevo detto di andare fuori con gli amici, con il fidanzato. Ma Federica ha insistito. E meno male: era il suo ultimo compleanno, ma chi lo poteva sapere?». Mentre se ne sta seduta nella sala di casa ad accogliere il viavai dei tanti che arrivano ad abbracciare lei e la sua famiglia, è con il dolore stampato in faccia che Lucia, 52 anni, devota di San Pio, riesce di tanto in tanto ancora a sorridere mentre mostra sul suo telefonino i messaggi continui che le mandava Federica, «la mia bambina». E poi le foto: «L’ultima è questa, il pranzo di venerdì alla mensa dell’università». E infine, i vocali: «Ecco com’era Federica, per capire com’era devi sentire la sua voce».
E com’era Federica?
«Era oro. Da quando è nata è stata una benedizione. Certe volte dicevo “non me la merito una figlia così”, una figlia che non conosceva il rimprovero. Di una sensibilità unica, aveva amici dappertutto, una ragazza empatica, allegra, piena di vita. Bravissima a scuola, e nella vita ancora di più. Anche all’università, aiutava i colleghi che restavano indietro, e lei sempre in regola con gli esami, tutti 30 e 30 e lode. Il mese scorso aveva avuto la borsa di studio per il secondo anno. Dallo scientifico Galilei è uscita con 100. Ieri è venuta a trovarmi anche la maestra delle elementari. Dava tutto Federica. Pura, onesta, diretta».
Che sogni aveva?
«Federica voleva fare il medico. Ha passato il test con un punteggio altissimo. Quando è uscita dalle selezioni, al padre che le ha chiesto com’era andata gli ha detto “papà li ho passati tutti, io entro”. E così è stato. Si stava interessando alla genetica, al Dna, ai tumori. Forse sarebbe diventata un’ematologa, una ricercatrice. Era tosta mia figlia. E al liceo amava la filosofia. Ha vinto anche delle gare, ma quanto vorrei saperne di più. Io so solo una parte di quello che era».
Signora, il pomeriggio dell’incidente, come l’avete saputo?
«Eravamo in autobus, di ritorno da Udine. Mio marito ha il geolocalizzatore sulla macchina di Federica, vede sempre dov’è. Guardando Facebook ho letto dell’incidente sulla variante, più o meno era l’ora di rientro di Federica. Ho detto a mio marito di controllare, ma il geolocalizzatore era fermo alle 17,06 in quel punto della variante. Ho iniziato a scriverle, ecco i messaggi: “Ci sei?”, “Sei a casa?”. Ma lei che mi scriveva e condivideva con me ogni cosa delle sue giornate non rispondeva, non visualizzava. Allora ho chiamato il fidanzato. “È andata via da poco” mi ha detto lui, “ma ora vado, prendo la moto e vado”. Poi il silenzio assoluto. Nessuno che ci dava notizie, fino a quando il fidanzato ci ha chiamato e ci ha passato il medico del 118. Così l’abbiamo saputo».
Quando l’ha salutata l’ultima volta?
«La sera di martedì, il 14. Mio marito e io siamo andati via di casa per prendere il pullman per Udine alle 10 e mezza di sera. Prima le ho dato un bacino qui, in soggiorno. Poi ero già sulla porta e sono tornata indietro, in camera sua. Era con il suo gufo di peluche e l’ho baciata ancora. Quel peluche ora è con lei. Lo adorava, gliel’aveva regalato la sua amica Camilla in seconda elementare. Lei adorava i peluche».
Sua figlia si chiama Federica Pia, perché?
«Sono nata a due passi da San Giovanni Rotondo, sono devotissima a Padre Pio, prego tutte le sere, ho i rosari dappertutto in casa. Le ho dato il nome del santo perché volevo che la proteggesse, ma non me l’ha protetta».
Come vorrebbe che fosse ricordata sua figlia?
«Ho accettato di parlare pubblicamente di lei per sensibilizzare le istituzioni e chi di dovere a intervenire sul problema della sicurezza stradale. Servono misure più restrittive per tenere a bada chi corre, basta con la velocità. Ci vogliono regole ferree, più controlli, o succederà di nuovo. Per me è tutto finito, non si sopravvive alla morte di un figlio, ma che almeno la morte di Federica possa servire a questo, a fermare la strage».
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