Coniugi morti nel fiume La famiglia sarà parte civile

L’udienza di ieri è stata rinviata per la mancata notifica a uno dei due imputati Il sindaco di Caramanico e il direttore del Parco della Maiella in aula il 23 maggio
PESCARA. La mancata notifica ad uno dei due imputati fa saltare l’udienza davanti al gup, del sindaco di Caramanico, Simone Angelucci, e del direttore del Parco nazionale della Maiella, Oremo Di Nino, accusati di concorso in omicidio colposo per la morte dei coniugi Giuseppe Pirocchi e Silvia D’Ercole, deceduti il primo maggio 2017 dopo essere scivolati nel fiume Orta. Se ne riparlerà il 23 maggio prossimo quando, in apertura di dibattimento, i familiari delle vittime si costituiranno parte civile. I loro legali, Giuliano Milia e Arnaldo e Francesco Tascione, hanno già annunciato di voler citare come responsabili civili l’Ente Parco Maiella e il Comune di Caramanico. Il capo di imputazione è piuttosto chiaro: la morte dei coniugi, che avevano appena 32 anni, poteva essere evitata. Nessuna tragica fatalità, dunque, ma delle precise responsabilità che la procura di Pescara individua a carico dei due indagati.
Quel giorno la coppia era in compagnia dei figli di 8 e 5 anni: una tranquilla gita in un posto di prestigio dal punto di vista ambientale, che ha finito per stravolgere la vita della giovane famiglia di Scerni. La donna scivola su un sasso in una zona dove il corso d’acqua forma una sorta di piccole rapide, zona ritenuta peraltro un gioiello ambientale di quell’area, e nel tentativo di salvarla anche il marito annega.
Secondo quanto ipotizzato dall’accusa, i due indagati avrebbero «omesso di adottare le misure idonee a garantire la fruizione, in condizioni di sicurezza, dei sentieri e della zona denominata Marmitte dei Giganti, note anche come rapide di Santa Lucia, all’interno del Parco, secondo le indicazioni contenute nel piano fruizione del Parco Nazionale della Majella che prescriveva, tra le azioni da compiere a tutela della incolumità pubblica, la sistemazione dei tratti di sentieri segnalati nel piano di fruizione, lo svolgimento di manutenzione straordinaria generale per migliorare le condizioni funzionali e di sicurezza della rete, la progettazione di specifica segnaletica per l'intera rete del Parco, indicativa e illustrativa».
In particolare, scrive il pm, avrebbero «omesso di operare un’analisi dei rischi per l’incolumità pubblica nella fruizione del luogo denominato “rapide di Santa Lucia” e di evidenziare, a mezzo di apposita segnaletica, la pericolosità della zona». E infine non avrebbero delimitato la zona che conduce dal sentiero denominato A2 alle “rapide di Santa Lucia” con appositi sbarramenti o recinzioni, «volti ad inibire l’accesso all’area immediatamente a ridosso delle rapide». Insomma la procura pescarese, in un certo senso ha dato seguito a quanto evidenziato dai legali della famiglia che avevano presentato una denuncia sull’accaduto, ipotizzando la responsabilità di chi avrebbe dovuto segnalare la pericolosità di quel luogo, in passato costato la vita a tre studenti. E anche la consulenza dell’ingegnere Lino Prezioso, nominato dalla procura, arrivò alla stessa conclusione: «Il sopralluogo sulla sponda dove è avvenuta la tragedia», scriveva il perito, « conferma l’assoluta mancanza di una cartellonistica adeguata in un luogo pieno di rischi e pericoloso non solo per i visitatori, ma anche per gli stessi lavoratori che vi operano».
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