Così l’emergenza climatica cambia volto all’Abruzzo

8 Ottobre 2024

L’esperto Di Carlo: «Vigneti e uliveti in altura per contrastare i capricci del tempo»

Vigneti in altura, territorio franoso, auto elettriche al palo. L’Abruzzo tira il freno e mentre a Bruxelles si discute di Green Deal – il Patto verde che ha l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra del 55% entro il 2030 e di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 – nella nostra regione si fanno conti con i ritardi. Ritardi nella scelta di una strada di energia sostenibile in grado di garantire autosufficienza energetica. Ritardi nel far fronte alle vulnerabilità di un territorio, quello abruzzese, ferito a più riprese negli ultimi anni da terremoti, valanghe e inondazioni.
A Piero Di Carlo, professore associato di Fisica dell'atmosfera e climatologia dell'Università “d'Annunzio” di Chieti-Pescara, abbiamo sottoposto alcune questioni particolarmente preoccupanti.
la principaleemergenza
in Abruzzo legata al clima
I continui mutamenti del meteo, dal caldo afoso ai nubifragi, potrebbero avere conseguenze pesanti sulla nostra regione. «Le emergenze sono due: la fragilità del territorio, con eventi severi che hanno ripercussioni su frane, inondazioni e poi l’altro problema enorme è quello dell’acqua. E cioè il fatto che abbiamo piogge torrenziali e in un periodo così breve. In un anno abbiamo la stessa quantità di pioggia, ma distribuita in uno stretto arco di tempo. Questo crea problemi perché i terreni sono stati in gran parte impermeabilizzati, l’acqua scorre e non viene assorbita, così torna nelle falde acquifere e abbiamo un sistema che non è in grado di sostenere un tale quantitativo di acqua. Se pensiamo poi alle reti fognarie non costruite per grosse quantità di acqua caduta in breve periodo, si capisce il perché degli allagamenti. Le infrastrutture non sono nate per far fronte a tutto ciò».
LE COLTURE
Indirettamente i riflessi negativi sono molteplici. «In agricoltura», precisa il professor Di Carlo, «si registra lo spostamento verso le quote più alte di alcune colture. Nella zona di Capestrano, per esempio, ci sono vigneti della cantina Pasetti, perché la temperatura ottimale per la vitivinicoltura non è più la prima collina, ma le zone pedemontane che fino a qualche tempo fa non erano adatte a queste colture. Non erano votate a uva e ulivi. Ora sono diventate zone adatte, come del resto succede anche in California ormai da anni. Si registrano ripercussioni pazzesche dal punto di vista economico e sociale. Terreni che per centinaia di anni erano stati sempre votati alla viticoltura, pensiamo alla Tollo, se continua così possono far registrare una perdita pazzesca. Stessa cosa per l’ulivo».
LE CASE
Le nostre case, nella stragrande maggioranza dei casi, non sono attrezzate a sopportare i capricci del meteo. I bonus e gli incentivi che andavano in quella direzione, sono stati quasi del tutto eliminati. Quali rimedi sono possibili?
«Non c’è più il 110%», è la considerazione di Di Carlo, «l’idea poteva anche essere eccellente, ma gli incentivi al 65% esistevano prima ed esistono ancora oggi, per consentire l’efficientamento degli edifici. I tre fattori che attualmente pesano di più in termini di emissione di Co2 sul mutamento del clima sono: la produzione di energia, gli edifici e i trasporti. L’Europa ci costringe a farlo per forza».
le norme europee
Le Regioni e le città chiedono all’Europa forti investimenti per affrontare le “vulnerabilità sociali e territoriali. «È giusto, chiedono un aiuto all’Europa per tutto ciò. Significa consumare meno energia ed emettere meno Co2. Bisogna mettere i pannelli solari e diventare autonomi dal punto di vista energetico. Far sì che le case diventino più efficienti e autosufficienti: produco energia e la immetto in rete, così si riduce ulteriormente l’inquinamento.
il nucleare
«Io sul nucleare non dico di essere contrario», è sempre i professore a parlare, «ma quello attuale non ha senso. Ci vorranno 20 anni per costruire la prima centrale e noi abbiamo fretta. Il nucleare pulito e sicuro non esiste. E poi la centrale dove la facciamo? Nessuno la vuole. Altra cosa è efficientare gli edifici. Il solare va incentivato. Non avendo più il gas.
i trasporti
Di Carlo ha un’idea precisa: «Fare resistenza sulle auto elettriche è anacronistico. Il motore elettrico, dal punto di vista della semplicità ed efficienza, non ha eguali. Dobbiamo andare in quella direzione per tutti i motivi del mondo. Per un veicolo elettrico l’80% dell’energia serve per la trazione, in quello termico l’80% se ne va in calore e solo il 20% serve per muoversi. Un altro aspetto: il motore a scoppio emette particolato e ossidi di azoto e quindi serve un additivo. In quel caso si guadagna: sul clima per la Co2 e poi non emette ossidi di azoto che producono ozono».
Per quanto riguarda il rifornimento «quando Karl Benz ha inventato l’auto c’erano carrozze e cavalli e il re austroungarico disse che l’auto non avrebbe avuto futuro. L’energia elettrica esiste già, bisogna solo mettere in ogni edificio la colonnina, la corrente già arriva. Da quel momento non si dovrà muovere più alcun camion a benzina o diesel. Si semplifica tutto ciò. La ricerca va avanti, le nuove auto in mezzora ricaricano oltre 400 km. L’80% degli italiani percorre ogni giorno meno di 50 km e quindi è solo una questione culturale. Pensate alla rivoluzione delle macchine fotografiche digitali che hanno soppiantato quelle con il rullino». È il progresso. Non si può fermare.
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