«Cosa ho conservato di abruzzese? L’orgoglio di esserlo»

«Mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese. Tutto; cioè l’orgoglio di esserlo, che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto». Rispondeva così Ennio Flaiano a Pasquale Scarpitti, poeta...
«Mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese. Tutto; cioè l’orgoglio di esserlo, che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto». Rispondeva così Ennio Flaiano a Pasquale Scarpitti, poeta e giornalista, in una lettera datata 18 novembre 1971, esattamente un anno prima della sua morte. Benché molti pensano il contrario, il legame tra l’intellettuale e la sua terra, Pescara in testa, non si era spezzato.
Lo confessava lui stesso, quasi a voler sfatare questo pregiudizio, proprio a Edoardo Tiboni, all’epoca direttore della sede regionale Rai, in un carteggio sviluppatosi negli ultimi anni di vita, tra il 1967 e il 1971. «Mi credono ormai estraneo al mio paese», diceva. «Cosa non vera. È anzi qui il mio intoppo e un giorno troverò il tempo e la voglia di scriverne».
I ricordi di Pescara del grande letterato erano rimasti indelebili. Sempre con Scarpitti, Flaiano si lasciò andare, scovando le immagini d’infanzia marchiate nella memoria. «Ricordo una Pescara diversa. Quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che se non ci fossero già quelle “della Pescara”», riferendosi a una delle celebri opere di Gabriele d'Annunzio «si potrebbe scriverne».
Dai carteggi emerge un Flaiano interessato alla sua città di origine, che domanda a Edoardo Tiboni «circa Pescara, mi dirai che cosa posso fare». Sui rapporti del geniale intellettuale e l’Abruzzo scrisse, per la Gazzetta, un ampio articolo Giuseppe Rosato, poeta, critico letterario, amico dello sceneggiatore. Li ha definiti «tutt’altro che vistosi. Eppure e soprattutto negli ultimi anni, Flaiano aveva ripreso con assiduità i contatti fisici con Pescara. Tra lui e l’Abruzzo si era stabilito una sorta di segreto rispetto che doveva salvaguardargli la memoria di un tipo di vita e di società legata agli anni dell’infanzia e che egli evidentemente aveva amato portarsi dentro». Quella immagine che, scriveva Flaiano, lo aveva sempre «colpito della Pescara di allora, il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito». (m.pa.)
Lo confessava lui stesso, quasi a voler sfatare questo pregiudizio, proprio a Edoardo Tiboni, all’epoca direttore della sede regionale Rai, in un carteggio sviluppatosi negli ultimi anni di vita, tra il 1967 e il 1971. «Mi credono ormai estraneo al mio paese», diceva. «Cosa non vera. È anzi qui il mio intoppo e un giorno troverò il tempo e la voglia di scriverne».
I ricordi di Pescara del grande letterato erano rimasti indelebili. Sempre con Scarpitti, Flaiano si lasciò andare, scovando le immagini d’infanzia marchiate nella memoria. «Ricordo una Pescara diversa. Quella strada dove sono nato, il corso Manthonè, ora diventato un vicolo e allora persino elegante. Una Pescara piena di persone di famiglia, ci si conosceva tutti; una vera miniera di caratteri e di novelle che se non ci fossero già quelle “della Pescara”», riferendosi a una delle celebri opere di Gabriele d'Annunzio «si potrebbe scriverne».
Dai carteggi emerge un Flaiano interessato alla sua città di origine, che domanda a Edoardo Tiboni «circa Pescara, mi dirai che cosa posso fare». Sui rapporti del geniale intellettuale e l’Abruzzo scrisse, per la Gazzetta, un ampio articolo Giuseppe Rosato, poeta, critico letterario, amico dello sceneggiatore. Li ha definiti «tutt’altro che vistosi. Eppure e soprattutto negli ultimi anni, Flaiano aveva ripreso con assiduità i contatti fisici con Pescara. Tra lui e l’Abruzzo si era stabilito una sorta di segreto rispetto che doveva salvaguardargli la memoria di un tipo di vita e di società legata agli anni dell’infanzia e che egli evidentemente aveva amato portarsi dentro». Quella immagine che, scriveva Flaiano, lo aveva sempre «colpito della Pescara di allora, il buonumore delle persone, la loro gaiezza, il loro spirito». (m.pa.)

