Cosca di Gioia Tauro: il boss dava ordini dal carcere aquilano

L’AQUILA. Il carcere aquilano delle Costarelle viene in qualche modo coinvolto nell’indagine che ha portato all’arresto di 12 affiliati alla cosca Piromalli di Gioia Tauro, indagati per associazione...
L’AQUILA. Il carcere aquilano delle Costarelle viene in qualche modo coinvolto nell’indagine che ha portato all’arresto di 12 affiliati alla cosca Piromalli di Gioia Tauro, indagati per associazione di tipo mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, truffa ed altri reati aggravati dalle finalità mafiose.
L’intervento, coordinato dalla locale procura distrettuale antimafia, segue a meno di un mese il fermo di 33 persone appartenenti al sodalizio di Gioia Tauro, prevedendo in questa ulteriore fase anche il sequestro del consorzio Co.p.a.m. di Varapodio, costituito da oltre 40 aziende e cooperative agricole operanti nella piana di Gioia Tauro, nella Sicilia orientale e nel basso Lazio.
Le investigazioni hanno documentato il livello di infiltrazione dei Piromalli nel locale tessuto economico, con particolare riferimento al settore agro-alimentare, grazie alla complicità di imprenditori collusi. Tra i destinatari del provvedimento gli anziani boss Giuseppe e Antonio Piromalli, da molti anni al vertice della omonima cosca della ’ndrangheta.
E qui entra in gioco il carcere aquilano. Infatti si è appreso che il boss Giuseppe Piromalli continuava a impartire ordini dal carcere dell’Aquila, dov’era detenuto.
Le risultanze delle indagini coordinate dalla Dda reggina avrebbero evidenziato il ruolo apicale dell’anziano boss, detto «Facciazza», detenuto nel carcere del capoluogo abruzzese, e del fratello Antonio di 78 anni, detto «u Catanisi».
I due erano in grado di orientare gli equilibri criminali dell’intero mandamento tirrenico e di condizionare il locale tessuto economico-imprenditoriale, con particolare riferimento ai settori agro-alimentare e turistico-ricettivo, grazie alla complicità di imprenditori contigui alla cosca.
Giuseppe Piromalli, in particolare, benchè da anni ristretto in regime detentivo speciale, attraverso i periodici colloqui con i familiari, e facendo leva su un’efficiente rete comunicativa, era in grado di impartire ordini e inviare messaggi funzionali alla direzione degli affari del clan, controllati attraverso il figlio Antonio, fermato il 26 gennaio scorso.
Un ruolo carismatico in seno alla cosca era svolto anche dall’ultrasettantenne Antonio Piromalli, defilato sotto il profilo strettamente operativo, ma ancora molto influente nella pianificazione delle strategie criminali dell’organizzazione, soprattutto nel dirimere le controversie sorte tra gli affiliati, anche rispetto a problematiche non prettamente criminali.
Proprio all’anziano Antonio Piromalli era demandato il compito di rinsaldare i rapporti con la cosca Molè, un tempo alleata, attraverso la figura di Michele Molè, 51 anni.
La casa circondariale dell’Aquila ospita attualmente 175 detenuti e internati dei quali ben 150 sottoposti a regime del 41 bis dato che colloca detto istituto tra quelli con la maggiore concentrazione di detenuti appartenenti a questa categoria pur essendo stato progettato per altri impieghi.
Tale inadeguatezza del carcere, che si trova nella zona periferica di Preturo, potrebbe essere una delle cause che hanno permesso al boss di avere una libertà eccessiva.
Negli anni scorsi il carcere delle Costarelle ha ospitato diversi boss e in un lontano passato ci fu un breve periodo nel quale soggiornò anche Totò Riina per poi essere trasferito altrove.
Si trattò di una permanenza breve del boss mafioso siciliano della quale si venne a sapere solo alcuni anni dopo.(g.g.)
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