Costantini: non mi farò comandare dai dirigenti e ascolterò i cittadini

Il candidato del centrosinistra: «Ho il coraggio di cambiare Pescara» E sulla giunta Masci accusa: «Dopo 5 anni la città è piena di dolore»
PESCARA. «Sicuramente non sono una persona che si farà condizionare da un dirigente». Alla prima uscita da candidato sindaco del centrosinistra, Carlo Costantini si presenta con questo biglietto da visita. «Non potrà mai accadere», dice Costantini, consigliere uscente di Azione, «che un dirigente venga da me a dire: “Bisogna fare per forza così”. In quel caso, io saprò perfettamente se quella che appare come un’imposizione è legittima oppure se è un trucco per fare qualcosa di diverso da quello che andrebbe fatto». Ex deputato ed ex consigliere regionale, Costantini ha 62 anni ed è il padre putativo della fusione tra Pescara, Montesilvano e Spoltore.
Costantini, perché ha detto sì alla candidatura?
«C’è un momento della vita in cui non si deve pensare esclusivamente alle proprie esigenze familiari e professionali ma si deve avere il coraggio di mettere tutto questo in secondo ordine e di mettere al primo posto il futuro della città».
E quanto coraggio ci vuole per guidare una città come Pescara?
«Il coraggio è un problema che si pone la persona che non ne ha, mentre io ne ho tanto e questa sfida non mi preoccupa. Certamente, la candidatura comporta un sovvertimento delle priorità della mia vita però, nel momento in cui si è chiamati a una responsabilità così grande, è da incoscienti dire di no. Ho detto sì con orgoglio, soddisfazione, determinazione e convinzione e sono onorato che tutte le forze politiche e associative abbiano individuato me come la persona migliore per guidare questo percorso».
Com’è la Pescara che sogna?
«Una Pescara che diventi il motore di tutto l’Abruzzo attraverso la costruzione di uno spazio fisico ma non solo, uno spazio partecipativo, che coinvolga almeno 3-400mila persone perché la Nuova Pescara, per certi versi, è un progetto già superato: nel 2027 si realizzerà ma è inevitabile che la città unica abbraccerà la vita di persone, famiglie e sistema produttivo oltre i confini della Nuova Pescara. Il progetto è proprio quello di creare le condizioni perché questo territorio, per la sua capacità di guardare al futuro, si ponga come punto di riferimento di tutto il Medio Adriatico. E noi pescaresi dobbiamo essere orgogliosi del fatto che siamo la prima comunità cittadina in Europa che ha avuto la forza e la capacità di costruire dal basso un nuovo modello organizzativo per puntare a una maggiore efficienza e a una maggiore capacità di competere nelle sfide nazionali e internazionali. Oggi Pescara sta costruendo un nuovo assetto che, dal mio punto di vista, le consentirà di dire la sua a livello nazionale e internazionale».
Adesso però la politica litiga ancora sul nome della città unica: che ne pensa?
«Francamente, queste discussioni le considero un po’ povere: a me quello che interessa è l’aspetto concreto. Il referendum ha indicato un nome e, secondo me, è difficile senza un altro percorso referendario cambiare quel nome: lo dice la legge. L’importante è che la città unica nasca».
Com’è Pescara dopo 5 anni di Masci?
«È piena di dolore. Mi è stato chiesto di indicare due, tre, 4 provvedimenti amministrativi che non ho condiviso, ma in realtà è il metodo che è stato sbagliato: la presunzione di partire dal presupposto che la mia idea è la migliore in assoluto è stato un errore imperdonabile. Io sono un decisionista ma coltivo il senso del dubbio e, prima di assumere una decisione, ascolto tutti, voglio sentire il punto di vista degli altri e provare a fare la sintesi di punti di vista diversi e contrapposti e, per questo, voglio l’inserimento nello statuto dell’istituto della partecipazione. Io non decido nulla che possa calarsi come un’accetta sulla vita delle persone: se si fosse seguito questo percorso, lo scempio di viale Marconi non si sarebbe realizzato e così il taglio degli alberi, la scomparsa di parchi e giardini sotto i condomini, tutte decisioni che hanno prodotto una frattura tra comunità civile pescarese e amministrazione: la prima cosa da fare è ricucire questo rapporto e guidare un processo di vera e propria rinascita della nostra città».
Chi teme di più, il sindaco uscente Masci o il candidato civico Domenico Pettinari?
«Non temo nessuno e rispetto tutti. Ho soltanto il desiderio di riuscire a rappresentare le mie idee e convincere i pescaresi della possibilità di svoltare e cambiare. Noi dipendiamo troppo dalla Regione: se ci sono problemi alle Naiadi si dice che è colpa della Regione, se l’ospedale non funziona è colpa della Regione, l’aeroporto che non si sviluppa come dovrebbe è colpa della Regione. E io questo non lo dirò mai: è colpa anche mia se non utilizzo tutti gli strumenti che ho a disposizione per fare in modo che tutto questo si sviluppi al meglio. Per esempio, l’aeroporto è un volano di sviluppo economico per una città a vocazione anche turistico-ricettiva come Pescara e il nostro aeroporto può fare moltissimo di più ma deve essere gestito con criteri manageriali e non può essere la politica a barattare su un nome che metta d’accordo tutti: io voglio il migliore d’Italia per la gestione dell’aeroporto, non voglio il migliore dei compromessi tra le forze politiche».
Durante il consiglio comunale dedicato alla sede della Regione nell’area risulta, lei ha detto che «Pescara non può farsi governare dall’Aquila»: lo pensa ancora?
«Certo. Un’infrastruttura fisica come quella, con l’occupazione di spazi urbani così importanti, non può essere decisa all’Aquila e non può interessare quella zona di Pescara. Per la sede della Regione, penso ai quartieri Madonna del Fuoco e San Donato: dobbiamo recuperare la fiducia dei cittadini e questo si fa portando le istituzioni su quei territori e non togliendo le scuole come stanno incredibilmente facendo. Magari la sede della Regione potrebbe andare a Spoltore o a Montesilvano ma non deve ingolfare il centro di Pescara che ogni giorno è raggiunto da 100mila macchine. Non si può pensare di ridurre il numero di accessi con sistemi di mobilità del trasporto pubblico di massa se poi piazziamo il palazzo della Regione in centro».
Chi è stato il primo a congratularsi per la candidatura?
«Mia moglie e poi gli amici di Azione».
E c’è già qualcuno che le ha detto: Carlo, ma chi te l’ha fatto fare?
«I miei figli, però loro capiscono perfettamente che certe cose vanno fatte e basta».
Perché un cittadino dovrebbe votare Costantini?
«Cercherò di spiegarlo in questi mesi. Io non so parlare di me stesso ma ho una discreta competenza: il mio lavoro è seguire i Comuni nella complessità dei loro processi decisionali. Peraltro, il sindaco l’ho già fatto a San Giovanni Teatino anche se nel lontano 1997, quindi, un’attitudine a governare la complessità della democrazia l’ho già sviluppata. Credo di aver maturato esperienze e competenze che possano consentirmi, da una parte, di governare bene ed essere puntuale rispetto all’azione amministrativa e, dall’altra, di sapere tenere unita la squadra. E, su quest’ultimo punto, non parlo solo della maggioranza ma ci metto anche l’opposizione perché non si può dire no a tutto: servono proposte modificative in grado di raggiungere un risultato migliore».
Il deputato Pd Luciano D’Alfonso ha detto che lei non si lascerà condizionare dai prepotenti: è vero?
«Sì, è vero. Per me, gli unici che possono permettersi di fare i prepotenti per far valere le proprie ragioni sono i cittadini e il sistema economico e produttivo: sarò in Comune esclusivamente per rappresentare loro».

