COSÌ COLPISCONO I SIMBOLI ALIMENTANDO INSICUREZZE

20 Dicembre 2016

Natale siamo noi, anche se non siamo credenti. Così come siamo noi Berlino, come eravamo Nizza, come eravamo Parigi. Il fondamentalismo islamista sceglie i simboli perché siano eloquenti, parlino ai...

Natale siamo noi, anche se non siamo credenti. Così come siamo noi Berlino, come eravamo Nizza, come eravamo Parigi. Il fondamentalismo islamista sceglie i simboli perché siano eloquenti, parlino ai sopravvissuti, ricordino loro che tutta l’Europa è nel mirino. Un teatro, un ristorante, una passeggiata sul lungomare, un mercatino di Natale sono i luoghi familiari della convivenza, delle tradizioni e dell’urbanità. Lo Stato islamico perde terreno tra la Siria e l’Iraq, ma ha ancora la forza di scatenare qualche lupo solitario per ricordarci che non è finita, i colpi di coda possono essere terribili e distruggere l’immaginario di quel che resta delle nostre sicurezze.

Nessun dubbio sulla matrice dell’attentato di ieri sera nella capitale tedesca, troppo simile a Nizza e troppo identica la valenza politica: destabilizzare, alla vigilia dell’anno elettorale, il cuore dell’Europa, il governo della cancelliera Angela Merkel che pure aveva generosamente aperto, l’anno scorso, le porte ai profughi dei conflitti Mediorientali.

Non c’è difesa possibile, non c’è prevenzione davanti a un tir che squassa una folla, macina corpi, travolge destini. Non c’è difesa davanti a chi ha deciso di fare di se stesso un’arma. Non c’è difesa se non quella di derogare a tutto quanto è Occidente, distruggere i valori, piegare verso uno Stato securitario, dunque antidemocratico. E la democrazia è quanto di più inviso a chi pretende la legge di Allah in terra, la teocrazia secondo le leggi della Sharia.

C’è una strage. E noi ci diciamo, senza però crederci davvero: «Siamo in guerra». Poi la forza delle abitudini ci fa dimenticare quella frase che suona apocalittica. Perché è troppo il desiderio di tornare in fretta alla nostra normalità. Ma siamo in una guerra. Non tradizionale, non convenzionale, asimmetrica, ma una guerra che non abbiamo dichiarato che stiamo subendo. Avendo però finalmente, ed è un segno di speranza, deciso di vincerla laddove c’è l’origine, il quartier generale, il comando che muove i suoi uomini verso le nostre contrade. Nessuna illusione che, ripresa Mosul, riconquistata Raqqa tutto possa finire come d’incanto. Ci saranno altri lutti. La nostra soverchiante superiorità tecnologica e bellica non ci mette al riparo da chi è disposto, magari dopo essere tornato in Europa dal Medioriente, a mettere in gioco il proprio corpo, a usare mezzi non convenzionali, un’automobile, un tir, come arma di distruzione di massa.

Siamo tutti berlinesi, esattamente come non siamo tutti ambasciatori russi. Berlino ed Ankara si legano per l’aspetto temporale, non per quello emotivo. Nei mercatini di Natale ci rispecchiamo perché quella è folla, è sparare nel mucchio. Mentre l’ambasciatore russo Andrey Karlov, ammazzato nella capitale turca, racchiude in se stesso il simbolo. È la personificazione della Russia di Putin, padrona dei destini della Siria e tornata protagonista nell’area più calda del pianeta. Sappiamo al momento ancora troppo poco del suo killer, il poliziotto Mert Altintas, per sposare una pista sicura. L’iconografia inedita dell’attentato non ci fornisce certezze. L’assassino è ben rasato, in camicia bianca e cravatta nera. Parla turco, dice di volersi vendicare di Aleppo e infila nella sua rivendicazione lo slogan arabo scippato dagli islamisti alla religione: «Allahu Akbar». Un islamista? Parrebbe di primo acchito, lui lo lascia intendere. Ma il sindaco di Ankara lo iscrive al movimento di Fethullah Gulen, l’arcinemico di Erdogan e indicato dal presidente come l’ispiratore del fallito golpe di luglio. Ma qualunque sia l’ispirazione, il fine è lo stesso: colpire contemporaneamente la Turchia, il luogo dove si è svolta l’esecuzione, e la Russia vista l’identità della vittima. La strana alleanza Putin-Erdogan, cementata dopo che i due Paesi erano finiti sull’orlo di un conflitto a causa dell’abbattimento del jet del Cremlino, si propone come il nuovo asse egemone nella regione. A qualunque fede religiosa o politica facesse riferimento, voleva uccidere tutto questo il poliziotto Mert Altintas quando ha premuto il grilletto.

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