D’Alfonso e “la giunta fantasma” Un teste: c’era un altro ingresso

10 Novembre 2023

Ieri l’udienza a carico dell’ex presidente della Regione e di altri sei, tra cui quattro ex assessori Per l’accusa hanno tutti dichiarato il falso, sostenendo che il governatore era presente alla riunione

PESCARA. Dall’udienza di ieri, del processo a carico dell’ex governatore Luciano D’Alfonso (ieri il solo presente in aula) e di altri sei imputati, fra cui quattro ex assessori, per la così detta “giunta fantasma” che si tenne in Regione il 3 giugno 2016, l’unico teste ascoltato dal tribunale ieri, ha però fornito un dato che processualmente potrebbe diventare di estrema importanza: in Regione esiste un secondo ingresso che permette di arrivare fino alla sala della presidenza e della giunta senza neppure essere visti.
L’importanza è legata al fatto che al centro di questo lungo e complesso processo, nelle mani del pm Andrea Di Giovanni c’è una ipotesi di reato di falso (reato che peraltro cadrà in prescrizione il primo febbraio prossimo), in quanto l'accusa sostiene che D’Alfonso quel giorno fosse impegnato altrove, mentre i coimputati Dino Pepe, Marinella Slocco, Donato Di Matteo e Silvio Paolucci (tutti ex assessori), oltre all’ex segretario della presidenza Claudio Ruffini e all’ex capo di gabinetto Fabrizio Bernardini, dichiararono la sua presenza in giunta.
Si trattava, come ha anche evidenziato il teste Sergio Di Pietrantonio all’epoca della segreteria di D’Alfonso, «di una delibera senza impegno di spesa, per questo motivo me ne occupai io, altrimenti non avrei potuto, lo avrebbero dovuto fare altri». Poi al pm risponde: «Non ricordo chi ci fosse in quella giunta perché io non ero presente nella stanza e non spettava a me rilevare le presenze». E a domanda precisa dell’accusa, sul come si può accedere in sala giunta, il teste dice: «C’è anche un ingresso secondario dietro gli ascensori, e si può accedere a tutti i piani compresa la presidenza». E dunque, a questo punto, tutte le argomentazioni dell’accusa sul fatto che D’Alfonso non venne visto quel giorno in Regione (anche se ci fu una guardia giurata che disse il contrario, salvo poi ritrattare), potrebbero venir meno. Anche perché, come ha sempre evidenziato lo stesso D’Alfonso, «quella era una delibera di indirizzo che oggi si può fare anche da remoto con il computer», e riguardava la riqualificazione e realizzazione del parco pubblico Villa delle Rose a Lanciano.
Quindi il processo è stato rinviato al 18 gennaio per ascoltare l’ultimo teste dell’accusa, per poi passare ai testi della difesa. Ma proprio a questo punto dell’udienza, D’Alfonso ha preso il microfono, ma solo per dire alla giudice Virginia Scalera: «Sono interessato e molto motivato a dare il mio contributo per l’emersione della verità e la sua distinzione dal verosimile. Sono disponibile per qualsiasi giorno e in particolare per il mercoledì e per il venerdì». E il giudice, sorridendo, gli risponde: «Ma io ho udienza il giovedì».
E infatti viene fissata al 14 marzo prossimo l’udienza per l’esame dell'imputato, richiesto espressamente da D’Alfonso. «Mi dispiace», commenta l'attuale parlamentare del Pd uscendo dall’aula, «che l’autorevolezza del tribunale e la sua riconosciuta competenza si sia dovuta occupare di una questione del genere. Siamo davanti a una delibera che non colloca risorse economiche, ma esprime atto di indirizzo; siamo davanti a una questione teologica che riguarda su quale ingresso il presidente è passato; siamo davanti alla gravità di un testimone che, per indurlo a cambiare opinione, è stato indagato e poi archiviato».