D’Amario: «Fabbriche da riaprire Ma sotto sorveglianza sanitaria»

12 Aprile 2020

Intervista all’abruzzese del Comitato tecnico scientifico nazionale su cosa ci aspetta fino a maggio «I test danno valori oscillanti, per risultati certi dobbiamo guardare a un trend più ampio nel tempo» 

PESCARA. C’è da convivere col virus. Quindi occorrono risposte e misure pronte. Le illustra Claudio D’Amario, l’abruzzese direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, tra i sette saggi del Comitato tecnico scientifico nazionale per l’emergenza coronavirus.
«Non si può abbassare la guardia, sarebbe un peccato vanificare l’immane sforzo compiuto dall’intera nazione». L’ha detto il ministro dell’Interno, Lamorgese, e l’ha ribadito il premier Conte. Condivide?
«Sì. Anche perché dalle nostre riunioni quotidiane vediamo che il cosiddetto R con zero, l’indice di diffusibilità del virus, resta abbastanza alto. Quindi significa che la circolazione è ancora in una fase di grande impegno epidemiologico. Non c’è una discesa importante, anche se stiamo avendo risultati positivi in queste due settimane abbondanti di misure restrittive».
E come si spiega l’aumento dei contagiati in Abruzzo, stando all’ultimo report?
«Le positività si riferiscono ai referti di test eseguiti giorni fa, che si erano un po’ accumulati nelle strutture diagnostiche e di laboratorio. La valutazione quotidiana spesso è oscillante e in base ai numeri ci fa pensare che le cose vadano meglio o peggio. Per valori certi, dobbiamo guardare a un trend più ampio nel tempo».
Quando vedremo la relativa stabilità?
«Deriverà molto da alcune situazioni da monitorare. Occorre grande rigore nella gestione dei focolai domiciliari. Quindi dobbiamo potenziare la rete territoriale, sia dei dipartimenti di prevenzione sia della specialistica ambulatoriale, come anche dei medici di famiglia: creare un vero e proprio sistema di intelligence per intervenire rapidamente e isolare subito i contagiati. Laddove non è possibile un isolamento domiciliare, va favorita una quarantena in strutture protette dedicate. Poi abbiamo da governare meglio la situazione nelle residenzialità che vanno dalle Rsa, quindi tutta l’area geriatrica, alle strutture protette a qualsiasi titolo, mi riferisco all’area della salute mentale o dell’handicap».
E le case di riposo?
«Quello è un altro capitolo molto preoccupante. In queste strutture entrano persone, per le visite o per i servizi alla persona, e si crea una situazione che potrebbe non essere governata; la facilità dell’ingresso del virus all’interno di queste strutture ci espone a focolai. Sui focolai ospedalieri ci stiamo indirizzando verso una netta separazione tra il percorso del paziente Covid e di quello non Covid».
In che modo?
«In Abruzzo ha funzionato il modello Atri. Altra idea è di avere padiglioni ospedalieri completamente isolati da tutto il resto. Perché l’obiettivo qual è? Siccome questa fase 2 durerà molti mesi, finché nuove strategie terapeutiche, immunizzazione e nuovi farmaci non entrino in un sistema di garanzia, abbiamo bisogno di convivere con la malattia. Quindi solo creando una rete di ospedali dedicati o di stabilimenti dedicati riusciremo un pochettino a sistemare il percorso e a far ripartire l’assistenza a tutte le altre malattie. Quando sbloccheremo l’attività lavorativa, avremo di nuovo incidenti, infarti, ci sarà tutta una traumatologia che riparte. Solo risistemando percorsi e strutture dedicate controlleremo i focolai. In ultimo, ma non meno importanti, le cure a domicilio: per esempio facendo ecografie polmonare o dando cure precoci. Molti farmaci si stanno mostrando efficaci, tipo la clorochina, gli antimalarici».
L’Abruzzo può fare di meglio?
«L’Abruzzo ha tenuto, ma deve cercare di indicare in modo più definitivo quali sono in ogni Asl gli ospedali dedicati. L’idea di creare una struttura Covid separata ci permetterà di andare avanti verso una corretta gestione del virus».
Che è un po’ quello che si sta facendo a Pescara.
«Sì, su Pescara è una buona iniziativa, un ospedale nell’ospedale. Però bisogna accelerare su queste cose».
Per una quasi normalità e un contatto in sicurezza diventeranno obbligatorie le mascherine?
«Ecco, finora abbiamo parlato delle misure per la parte sanitaria. Vediamo adesso le cosiddette misure di prevenzione individuale. Anche nell’ambito lavorativo si dovranno adottare il distanziamento, le mascherine chirurgiche; un modello organizzativo di lavoro diverso».
Ma per quanto tempo?
«Finché ci sarà il virus è bene mantenere nuovi modelli organizzativi, il famoso distanziamento. A mio avviso, le strutture della filiera alimentare dovrebbero aumentare l’orario perché spesso assistiamo a delle concentrazioni non positive».
Qual è il fattore di rischio che più teme quando ripartiremo?
«La mobilità. I mezzi di trasporto pubblico rappresentano un elemento di rischio abbastanza elevato. In quegli ambiti lì, la protezione individuale diventa fondamentale».
È possibile la riapertura delle imprese dopo il 3 maggio?
«Il protocollo sulla sicurezza, firmato coi sindacati, è molto valido, sarà oggetto di valutazioni integrative. Per poter ricominciare è necessario disporre di una sorveglianza sanitaria: le Asl saranno tenute a sorvegliare, fare una norma è facile, ma poi ci vuole chi sorveglia. Saranno valutate le cosiddette attività che sono a rischio basso e quelle a rischio medio. Un esempio personale: se devo andare in un albergo per lavoro il rischio è basso, ma se devo andare in un villaggio turistico il rischio è altissimo, per adesso quell’attività la possiamo dimenticare».
A proposito di villaggi vacanze, quale estate arriverà?
«Dovremo imparare a fare un riposo diverso da quello sempre concepito. Più familiare in contesti governabili. Questa malattia, come tutte quelle sconosciute, è orfana di terapia e di diagnosi. Man mano che si conosce, è una patologia che si dimostra veramente complessa».
In un mondo che vacilla, come immagina il dopo- virus?
«Il virus ci ha dato lezioni e dobbiamo prenderne atto. Igiene pubblica e prevenzione diventeranno fondamentali. Immunizzarci è la cosa migliore. Sarebbe il caso che l’anno prossimo tutti quelli che hanno più di 55 anni si vaccinassero per l’influenza, che per certi aspetti ci dà migliori opportunità di potenziamento immunologico, dobbiamo utilizzare quello che lo Stato ci dà. Anche l’Abruzzo dovrà investire molto di più in prevenzione».
La Pasquetta in casa?
«Purtroppo sì, arrosticini sui balconi».
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