D’Annunzio, eroismo e voluttà la guerra come sfida d’amore

27 Ottobre 2014

E se davvero Gabriele d’Annunzio non fosse stato un guerrafondaio, bensì avesse scoperto nel gesto eroico un’affinità con il godimento amoroso? Se anche nel suo interventismo mai esasperato avesse...

E se davvero Gabriele d’Annunzio non fosse stato un guerrafondaio, bensì avesse scoperto nel gesto eroico un’affinità con il godimento amoroso? Se anche nel suo interventismo mai esasperato avesse goduto nell’umiliare il nemico tanto quanto godesse tra le umide lenzuola delle sue alcove? Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale degli Italiani ed ex consulente di immagine del Comune di Pescara nel 150º anniversario della nascita del Vate, ha sposato questa tesi organizzando il 26 settembre scorso un convegno internazionale di studi a Gardone Riviera sul tema “Gabriele d’Annunzio e la Grande Guerra... l’analogia tra l’eroismo e la voluttà”.

Tra i relatori del convegno studiosi del calibro dell’ex ambasciatore Sergio Romano, del giornalista Gennaro Sangiuliano, dei docenti di storia e italianistica Didier Musiedlak, Mauro Canali, Francesco Perfetti e Anita Ginella e della Soprintendente per i Beni storici e artistici della Liguria Caterina Olcese Spingardi. Sicuramente la Prima Guerra Mondiale fu la guerra dei giornali e degli intellettuali e, in seguito, della politica; non fu la conseguenza di una scelta monarchica e neanche di una volontà popolare. Anzi, come è stato sottolineato dai relatori, il popolo e i governanti italiani erano tutt’altro che propensi ad avventurarsi in una guerra già in corso.

D’Annunzio si mostrerà interventista ma non amante della guerra: la sua guerra contro gli austroungarici diventerà quasi l’analogia di una sfida con l’amante da piegare, da costringere alla resa non con la violenza, ma con una dimostrazione di forza, di potenza. Di superiorità. La sfida di Buccari, il Volo su Vienna, sono imprese realizzate sul mare e sull’aria, ma il poeta di Pescara fu anche fante e fu in trincea, e probabilmente uccise anche qualche nemico, ma, come sottolineato dallo storico Francesco Perfetti (ex presidente del Vittoriale), anche nel fango egli era «l’esteta armato», e in seguito anche «l’intellettuale armato» e il «Poeta soldato», sempre pronto «a osare l’inosabile». Poi venne la vittoria, la fine della guerra e, cosa terribile, la perdita di Fiume e dell’Istria. Sergio Romano ha magistralmente spiegato come sia Wilson e il Congresso Americano che il Trattato di Versailles che il governo Giolitti avessero inspiegabilmente lasciato in sospeso la questione Dalmata.

Il 12 settembre 1919, alla guida di 2.600 soldati, d’Annunzio proclamò l’annessione di Fiume al Regno d’Italia. Fu la sua ultima guerra. E il suo ultimo atto d’amore. In divisa.(l.d.f.)

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