Da Confindustria, Cna e i partiti: un coro di no

10 Ottobre 2019

Al pesante documento firmato da ben sette sigle di associazioni di categoria si aggiungono il M5S regionale, il Pd di Chieti e Giovannelli che difende Teramo

PESCARA. Ma il fronte del no alla nuova legge che dà il via libera ai centri commerciali nelle fabbriche dismesse diventa un fiume in piena.
IL DOCUMENTO. «Da almeno venti anni, con una ciclicità imbarazzante, diversi esponenti del Consiglio Regionale tentano di dare l’ultima spallata all’economia delle nostre città, presentando proposte di legge che diano la possibilità di trasformare i capannoni inutilizzati delle aree industriali in centri commerciali. L’ultima, in ordine di tempo, è la proposta di legge che rischia di trasformare le ex aree industriali in zone ad altissima concentrazione di “parchi commerciali”, dando la possibilità di edificare anche negli spazi verdi». Così comincia un durissimo documento a firma congiunta di Casartigiani, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti, Confindustria e Upa Claa.
«Una minaccia prepotente per le attività economiche delle città, visto che la maggior parte delle aree in questione è dislocata nella primissima periferia urbana, a pochissimi minuti dalle vie commerciali più importanti», dicono le sette sigle. «Una minaccia anche per la sostenibilità di migliaia di posti di lavoro per un mercato saturo come stanno rivelando le cronache sindacali degli ultimi mesi e degli ultimi giorni che raccontano di punti vendita chiusi e centinaia di lavoratori licenziati».
PICCONATE. Le sette associazioni parlano di tentativo di prendere a picconate il Testo unico del commercio (la legge 23/2018) «ad uso e consumo di pochi gruppi organizzati e a discapito della maggioranza degli operatori». E propongono una fase nuova di sviluppo per le ex aree produttive: «Migliorando le leggi per stralciare le aree industriali attualmente dismesse e riportarle nella disponibilità della programmazione urbanistica provinciale e comunale. La crisi strutturale dell’Arap e del Consorzio per lo sviluppo industriale Chieti Pescara», aggiungono, «non può essere pagata dalla piccola impresa. Noi siamo pronti a fare la nostra parte per dare un contributo costruttivo, ma contestiamo il metodo e il merito di questa iniziativa legislativa».
IL NO DI PEPE. Un forte dissenso al testo di legge voluto da Sospiri viene poi espresso dal vice capogruppo regionale del Pd, Dino Pepe: «L’Abruzzo non ha bisogno di nuovi centri commerciali visto che è la regione che, in Europa, ha il maggior concentramento di superfici di vendita della grande distribuzione. Faccio francamente fatica a capire quale sia la ratio dietro a una simile scelta», prosegue, «da un lato si parla di azioni volte a rilanciare i centri storici, i negozi tradizionali e le piccole attività commerciali con incentivi, sgravi e sostegni di varia natura, dall’altra si apre alla possibilità di creare nuovi insediamenti in un territorio già saturo di offerte. Se vogliamo lavorare assieme ad un progetto organico di riqualificazione dei vecchi capannoni», conclude, «è giusto puntare su di una visione green garantendo, così, la creazione di nuove aree verdi al servizio della collettività».
DI COSTANZO RINCARA. La Cna Abruzzo, oltre al documento firmato, rimarca attraverso le parole del direttore Graziano Di Costanzo: «Vorremmo un forte impegno da parte della Regione, anche attraverso l'individuazione di misure specifiche e incentivi, in direzione di un riuso proprio, in senso produttivo di quelle strutture».
C’È ANCHE TERAMO. Anche la Confcommercio Teramo parla di «proposta di legge inaccettabile». L’ennesimo colpo letale per i piccoli commercianti, così afferma Giammarco Giovannelli che lancia un appello alla Regione: «Bisogna scongiurare questa eventualità; è necessario aprire un confronto con le associazioni di categoria. Da parte nostra c’è la proposta di percorrere la strada della rigenerazione urbana per i vecchi capannoni».
SITI INQUINATI. Il M5S scende in campo con la consigliera regionale-geologa, Barbara Stella: «L’idea del recupero di queste aree lasciate all’abbandono e che deturpano l’immagine della nostra regione è necessaria, ma la legge così come ci è stata presentata sembra troppo approssimativa e non punta a restituire aree verdi ai cittadini», afferma.
«Considerando che stiamo parlando di ex-aree industriali e opifici dismessi, dove la possibilità di danno ambientale è quasi sempre comprovata, bisogna tenere conto che le aree inquinate, prima di poter avviare qualsiasi altro tipo di attività, devono essere necessariamente bonificate. Sappiamo bene come le bonifiche richiedano una spesa elevata e non vorrei che la possibilità di cambiare il piano regolatore di queste zone serva solo per favorire la nascita di alcuni grandi centri commerciali e lasciare attorno aree ancora contaminate. Chi vuole investire in queste aree deve garantire la restituzione di spazi di aggregazione per i cittadini e un recupero di tutte le aree integralmente, lasciando invariato il consumo del suolo e delle aree verdi, oppure questa norma serve solo a favorire i grandi gruppi a discapito sia del recupero urbano che dei piccoli commercianti».
INFINE CHIETI. La levata di scudi del gruppo consiliare Pd del Comune di Chieti, insieme al capogruppo regionale, Silvio Paolucci, è immediata. «È un progetto che nasce male, senza dialogo politico e istituzionale. Il disegno di legge è arrivato come un fulmine a ciel sereno, quasi per voler ottenere subito l’approvazione bypassando critiche e confronti, ma se dovesse andare in porto sarebbe l’ennesima e definitiva mazzata al centro storico di Chieti. Riteniamo che sia una norma da ritirare», sottolinea Paolucci, «e c’è l’aspetto ambientale da non sottovalutare, perché il disposto va ad aggredire anche le aree verdi. L’Abruzzo è fra le regioni europee dove c’è la più alta concentrazione di centri commerciali, non vediamo l’esigenza di doverne introdurre di nuovi».
(ha collaborato
Monica Pelliccione)