Da medico a diacono: Passali e la scelta di fede

17 Luglio 2021

PESCARA. Ci sono anche due medici tra i quattro che oggi alle 18,30, nella cattedrale di San Cetteo, saranno ordinati diaconi dall’arcivescovo Tommaso Valentinetti. Oltre a Roberto Goussot, laureato...

PESCARA. Ci sono anche due medici tra i quattro che oggi alle 18,30, nella cattedrale di San Cetteo, saranno ordinati diaconi dall’arcivescovo Tommaso Valentinetti. Oltre a Roberto Goussot, laureato in Lettere e cresciuto in una famiglia di educatori, e a frate Paride Ammirati, segretario della Provincia dei frati minori francescani, ci sono anche Carlo Faraone e Vincenzo Passali, rispettivamente in servizio alla Fondazione Paolo VI e nel reparto di Otorinolaringoiatria dell’ospedale civile.
E se i primi tre diventeranno diaconi transeunti, in cammino cioè verso il presbiterato, il dottor Passali, sposato e padre di due figlie, sarà ordinato invece diacono permanente, non finalizzato al sacerdozio. «Il mio», racconta il dottor Passali, «è stato un percorso inaspettato. In mente avevo altre cose».
Dottore, come è iniziato il suo cammino di fede che poi l'ha portata ad intraprendere questo servizio?
«È nato tutto al liceo. In quegli anni ho incontrato il movimento cattolico di Comunione e Liberazione. Poi mi sono diplomato, laureato, sposato e anche con la mia famiglia frequentavo la chiesa della Stella Maris, dove più volte mi è stato chiesto di distribuire l'eucarestia, anche ai malati della parrocchia».
Poi che cosa è successo?
«È successo che un giorno mi è stato proposto di diventare diacono permanente. Io all’inizio non ero convinto. Poi nella mia vita sono accaduti due eventi che mi hanno portato a riconsiderare il tutto. Ossia la morte di un mio carissimo amico e l'incontro e l’amicizia con padre Guglielmo. A questo punto ho ripreso i libri in mano e mi sono rimesso a studiare per sostenere gli esami di Teologia al Toniolo. Questo mentre lavoravo».
Come ha fatto a conciliare il tutto con la sua attività di medico e con la sua famiglia?
«È stato un percorso impegnativo e di rinunce. Nel 1999 ho iniziato a lavorare all'ospedale di Penne, poi dal 2017 a Pescara. Alla famiglia ho dovuto togliere del tempo. Mia moglie mi è stata sempre molto vicina in questo servizio verso la Chiesa e verso il prossimo. Il diaconato finisce per coinvolgere l’intero nucleo familiare. Per me, ripeto, è stata una cosa non programmata».
Com’è il rapporto con i pazienti alla luce proprio della sua fede?
«La mia fede mi permette di curarli meglio, di cercare di dare delle risposte alla loro sofferenza e soprattutto di guardare a loro in modo più umano».
Che cosa ci vorrebbe secondo lei per riempire le chiese?
«Il Cristianesimo è una esperienza. Ci vogliono dei testimoni credibili affinché la gente torni a frequentare le parrocchie. Non bisogna chiudersi nelle chiese, ma uscire fuori, farsi vedere, mettersi al servizio degli altri e coinvolgerli».
©RIPRODUZIONE RISERVATA