Da Pescara a Santo Domingo: ecco il capitano dei salvataggi

20 Ottobre 2019

Sergio Cipolla, carabiniere in pensione, ha creato un super team di sommozzatori

PESCARA. «Salvare delle vite umane è quanto di meglio una persona possa sperare». Ne è convinto Sergio Cipolla, carabiniere in pensione, da dieci anni a Santo Domingo, dove, spinto da una vera e propria missione, sta letteralmente riorganizzando il settore del salvamento in mare a Boca Chica, comune della Repubblica Dominicana.
Ha creato l'Ursa, l'Unità riscatti e salvamento acquatico, un nucleo interforze di sommozzatori, composto oltre che dai volontari dell'Ursa stessa, anche da rappresentanti dell'armata della Repubblica Dominicana, del Cestur (polizia turistica), del Coe (Centro operazioni emergenze) e dagli ausiliari navali dominicani.
Autore di numerosi interventi di salvataggio e opere di recupero in acqua, è stato pluripremiato a Santo Domingo, con medaglie d'onore, a Las Vegas, per aver fatto più di 5.000 immersioni e in Italia a Bologna, con il premio Atlantide. Fisico atletico, 60 «suonati», ironizza, è sposato con Francesca Toro e ha due figli, Valerio di 34 anni e Luca di 27. Per 35 anni nell'Arma dei carabinieri, Sergio, nel tempo libero, ha sempre alimentato la sua grande passione per l'acqua. Volontario per indole, affiancato dalla moglie, una volta in pensione ha creato e diretto a Pescara “Insieme nel blu”, il nucleo di sommozzatori della protezione civile. «Con l'associazione abbiamo portato avanti moltissime attività e fatto anche ritrovamenti archeologici. Quando c'è stato il terremoto all'Aquila, abbiamo gestito per sei mesi il campo di San Martino d'Ocre. Appena terminata l'emergenza, siamo partiti per una vacanza al caldo. Andammo a festeggiare il compleanno di Francesca, il 15 novembre, a Santo Domingo. Non siamo più riusciti ad andarcene. Fino al 2014, la mia famiglia veniva appena poteva. Ma negli ultimi 5 anni, mi hanno raggiunto stabilmente anche Francesca e Luca».
Che cosa l'ha colpita di Santo Domingo?
Il clima, sicuramente. È sempre estate e vivere in pantaloncini e ciabatte tutto l'anno è impagabile. Poi l'ambiente: le persone sono molto accoglienti, ospitali e festose. Ma quello che ci ha spinti a rimanere è che abbiamo visto che c'era tanto lavoro da fare e noi avevamo strumenti e competenze giuste.
Che tipo di lavoro?
A Santo Domingo non esisteva un'unità di soccorso in mare, così come non c'era un piano di sicurezza sulle spiagge. La differenza tra noi e loro era abissale. Ho cominciato a fare lezioni di primo soccorso a volontari e forze dell'ordine. Nel frattempo ho proposto ai responsabili della difesa civile (la loro protezione civile) un progetto per replicare lì quella che era stata l'esperienza di “Insieme nel blu”. Il direttore ne rimase entusiasta e selezionò tutti i migliori uomini dei vari corpi istituzionali, per farli formare da me. Durante quel corso, ci trovammo a fronteggiare una grande emergenza nella quale salvammo 14 persone.
Che cosa successe?
Un'imbarcazione si era rovesciata al largo della costa di Boca Chica. Mi chiamarono, portai con me due dei ragazzi che stavo formando. Riuscimmo a salvare 14 persone e a recuperare altri tre corpi, purtroppo privi di vita. Le condizioni erano davvero al limite delle possibilità, con onde altissime, ma avevamo i mezzi idonei e le professionalità giuste. Dopo quell'operazione, mi premiarono come eroe del Caribe. È stato il primo salvataggio importante della zona, compiuto da un'unità specializzata che opera in mare. La gestione di quell'emergenza ci fece diventare un punto di riferimento. Fu allora che mi raggiunse stabilmente anche parte della famiglia, mia moglie Francesca e Luca, che oggi è il vice comandante della Ursa.
Sulle spiagge, invece, che cosa ha proposto?
Regnava il caos completo. Non c'era un minimo di organizzazione e ogni settimana purtroppo si verificavano incidenti, spesso mortali. Insieme a Luca abbiamo studiato un piano, delimitando le acque di Boca Chica con delle boe per dividere quelle sicure da quelle profonde. Cominciammo a pattugliare l'area con i nostri mezzi, impedendo alle persone di sorpassare il limite. Dal 2014 a oggi, non c'è stato più alcun incidente mortale.
E il progetto come si è evoluto?
Una settimana fa, abbiamo inaugurato la sede operativa dell'Ursa, all'interno dell'Ocean Diving di Boca Chica, centro di addestramento all'immersione subacquea che gestisco insieme a Luca. Hanno partecipato il comandante generale della marina, il vice ammiraglio Emilio Récio Segura, il direttore generale del Cestur (il corpo specializzato della polizia turistica), il generale di brigata Juan Carlos Torres Robiou, Sandro Nicolini dell'ambasciata italiana, Armando D'Alessandro degli ausiliari navali domenicani, il subcomandante generale della marina, il contrammiraglio Hector Juan Martinez Romàn e il contrammiraglio Julio Angel Morales. Questo a dimostrazione che l'Ursa è diventato ufficialmente il nucleo interforze di Boca Chica per il salvataggio in mare.
Quali sono i prossimi obiettivi?
Vogliamo estendere il piano di sicurezza che abbiamo creato per Boca Chica a tutte le spiagge di Santo Domingo.
Negli anni ha condotto numerose operazioni di salvataggio e di recupero in mare, ma ce n'è stata una particolarmente impegnativa lo scorso febbraio, durata due settimane. Ce ne parla?
Io e Luca abbiamo individuato i corpi di due sub italiani, che purtroppo erano rimasti intrappolati in una grotta a 20 metri di profondità e a 300 metri di distanza dall'entrata. Il tunnel era strettissimo e si poteva passare solo uno alla volta. La visibilità era scarsissima. È stata un'esperienza molto forte. La paura si fa sentire, ma se ti fai sopraffare non vai avanti. Abbiamo rischiato tanto, per individuarli, ma ci siamo riusciti. A quella missione partecipò anche Franco Incarnato, un vecchio amico, socio di “Insieme nel Blu”. Era venuto in vacanza a Santo Domingo e stava per ripartire, ma quando ha saputo dell'incidente della grotta di El Dudu, ha rinviato il suo rientro, per restare al mio fianco e aiutarmi in quelle difficili ricerche. Proprio quindici giorni fa, la moglie di uno dei due sub mi ha inviato un lungo messaggio per ringraziarmi. È stato un gesto che mi ha fatto tanto piacere. Non c'è cosa che ti possa gratificare di più.
Quando si trova in immersione, impegnato in queste operazioni, qual è la percezione del tempo?
A volte scorre lentissimo, altre molto veloce. Ma ciò che non devi perdere mai di vista è l'aria che hai a disposizione.
Che cosa non le manca dell'Italia?
L'inverno.
Che cosa invece le manca?
Il cibo: gli arrosticini sicuramente e i salumi. Il Natale. Le festività sono i giorni in cui c'è più lavoro da fare, per noi non c'è riposo. Ma ciò che ci manca di più sono gli affetti. Il mio primo figlio, Valerio, anche lui istruttore subacqueo, vive qui. Ci ha regalato un nipotino e un secondo sta per arrivare. Sentiamo tantissimo la mancanza dei nostri amici storici. Il senso dell'amicizia a Santo Domingo è differente, più distaccato rispetto a quello che abbiamo in Italia.
Dove si vede in futuro?
Ritorneremo a casa, ma non prima di dieci anni. Né io né mia moglie vogliamo vivere quelli che saranno gli ultimi giorni della nostra vita lontani dall'Italia, che resta sempre e comunque la nostra patria.