Da Turri a Marcinelle per morire Trovato il corpo di Rocco, 19 anni

Il giovane era partito quattro mesi prima da solo, dopo la morte del padre. Di lui resta solo una foto La gioia della sorella: «Finalmente ora so dov’è mio fratello». Il sindaco: onore al nostro concittadino
TURRIVALIGNANI. Era arrivato a Marcinelle solo quattro mesi prima di quel tragico 8 agosto 1956. Era partito da Turrivalignani con la valigia di cartone e tanti sogni nella testa. Aveva solo 19 anni Rocco Ceccomancini quando è stato inghiottito dal rogo nella miniera di carbone del Bois du Cazier, in Belgio. Quel che restava del suo corpo era stato sepolto insieme ad altri 17 “inconnu”, sconosciuti di mezza Europa, nel cimitero di Marcinelle.
IDENTIFICATO DOPO 68 ANNI Ora la salma del giovane non tornerà nel suo paese, ma resterà a Marcinelle per volontà dei suoi parenti belgi, dopo un oblio durato 68 anni. Tanto ci è voluto per identificare i resti di Ceccomancini grazie agli esami del Dna comparati con quello dei familiari, tra cui alcuni cugini che vivono in Belgio e la sorella Giovanna, 60 anni di Turri, che ieri ha appreso la notizia con gioia e commozione: «Finalmente ora so dov’è mio fratello», ha detto al sindaco Giovanni Placido, ringraziando le autorità belghe e Nino Domenico Di Pietrantonio, presidente dell’associazione Minatori vittime del Bois du Cazier che da circa 40 anni lotta per cercare la verità sulla tragedia (262 vittime) e la morte di 60 abruzzesi, tra cui 18 di Manoppello, 9 Lettomanoppello e 10 di Turrivalignani.
LA TESTIMONIANZA A divulgare la notizia è stata la Nouvelle Gazette di Charleroi. «L’ho saputo attraverso il giornale alle 8 di stamani (ieri ndc) e ho subito informato il sindaco Placido», riferisce Di Pietrantonio, residente a Lettomanoppello, che quel giorno di 68 anni fa si trovava con la famiglia a un solo chilometro dal luogo in cui Ceccomancini perdeva la vita nelle viscere della miniera. «Avevo 10 anni e con mia madre Grazia Toppi corremmo verso la miniera per capire cosa fosse accaduto. Lo scoppio c’è stato alle 7.15 e non alle 8.10, ora in cui la deflagrazione ha bloccato tutti gli orologi. Ricordo le colonne di fumo che diventavano sempre più nere e il cielo rimasto rosso fuoco per una settimana. Io ho aspettato papà Emidio per tre giorni davanti ai cancelli, ma non è più tornato e ancora oggi non so dove sia la sua salma. Man mano che le ore passavano i familiari si abbandonavano sempre più alla disperazione».
IL VIAGGIO DI ROCCO Ad attendere Rocco Ceccomancini, quel giorno, non c’era nessuno. «Il ragazzo», racconta Di Pietrantonio, «era partito da Turri quattro mesi prima, disoccupato in cerca di fortuna. Il lungo viaggio in treno e i tanti sogni nella testa. A Marcinelle aveva trovato un alloggio nelle baracche di Sart Saint Nicolas, un sobborgo a un chilometro dalla miniera. Io vivevo in Rue de Nalinne, a pochi metri dalla sua abitazione ma non l’ho mai incontrato. Aveva iniziato il turno come sempre, alle 6.30. Si era tolto i vestiti nella “sala degli appesi”, una sorta di spogliatoio dove i minatori si denudavano e indossavano le divise blu per scendere a 1.035 metri di profondità, dove poi i suoi resti sono stati ritrovati, con una temperatura di 40-50 gradi, un caldo infernale». «Rocco», prosegue il presidente dell'associazione, «aveva perso il papà Valentino prima di partire e a Turri aveva lasciato la madre che lo aveva adottato, la sorella Giovanna e l'altro fratello di secondo letto, Rocco. Quando ho appreso dell’identificazione ho contattato il responsabile dell’archivio del Bois du Cazier, Alain Forti, per conoscere le sorti della salma. Ma i cugini hanno espresso la volontà che rimanga a Marcinelle». L’unica foto del giovane turrese l’ha rintracciata Di Pietrantonio: «La madre la teneva su un armadio e non esistono altre foto di lui».
LA RIVELAZIONE Rivela, Di Pietrantonio che a provocare lo scoppio nella miniera «fu un italiano, si chiamava Antonio, originario di Boiano, in Molise. Dopo la catastrofe si diede alla fuga. Lo rintracciai a Toronto, in Canada. Mi disse che un capo ingegnere gli ordinò di accendere un fuoco a 900 metri di profondità, non si è mai capito per quale ragione compiere un’azione così pericolosa in un luogo già surriscaldato». Ma la situazione sfuggì di mano e il resto è storia. Durante quella conversazione, racconta ancora Di Pietrantonio, «Antonio mi rivelò che nelle bare tornate a casa non c’erano i corpi. Anche quella di mio padre è in paese ma io non sono mai andato a pregare sulla sua tomba perché sono sicuro che la bara è vuota. Mio padre diceva sempre a mia madre che se fosse accaduto qualche incidente in miniera nessuno sarebbe mai tornato a casa. Così è stato», chiude Di Pietrantonio.
FESTA A TURRI Intanto il sindaco di Turri, Placido, esprime soddisfazione per l'identificazione della salma del concittadino: «La notizia rende onore a un giovane fino a oggi sconosciuto. La sorella Giovanna era incredula, ma felice di aver “ritrovato” il fratello. Oggi sappiamo di più di questa sciagura che paradossalmente ha unito l’Europa e il mondo e che rinnova l’annoso problema delle morti sul lavoro, argomento sempre attuale. Ricorderemo Rocco Ceccomancini e i tanti giovani di Turri, Manoppello e Lettomanoppello, nelle prossime commemorazioni di agosto e novembre».
GLI ALTRI DISPERSI Edoardo Romasco di Manoppello e Francesco Paolo Martinelli di Turrivalignani devono essere ancora identificati. Di recente è stato ritrovato il corpo di Rocco Di Rocco di Manoppello.

