Dai morti al depistaggio: 31 sott’accusa

Le tappe di una complessa indagine che ha escluso i vertici politici puntando sui tecnici. E su una guerra tra investigatori
PESCARA. Era il 18 gennaio del 2017, sono passati tre anni dalla tragedia di Rigopiano. La valanga spazzò via il resort di lusso di Farindola, morirono in 29. Per quel disastro la Procura di Pescara ha aperto ben quattro fascicoli, due dei quali, quelli portanti, si trovano attualmente all'attenzione del gup Gianluca Sarandrea che alla prossima udienza fissata per il 31 gennaio, deciderà sulla loro unificazione. Parliamo del processo madre per le 29 vittime e di quello sul depistaggio che riguarda solo la Prefettura. In 31 sono finiti sotto accusa.
PREVEDIBILE O FATALITÀ. Tre anni che portano inevitabilmente a tirare le somme sul disastro, per qualcuno annunciato, per altri tragica fatalità avvenuta peraltro in un periodo in cui l'emergenza aveva messo in ginocchio l’Abruzzo. Paesi isolati e senza energia elettrica, strade bloccate e dove c'erano stati altri tre morti. Ma ciò non giustifica il fatto che quell'hotel, una delle poche risorse del territorio, realizzato alla fine di un canalone, fosse rimasto isolato, con l'unica strada d’accesso bloccata dalla neve e le scosse di terremoto che avevano creato panico fra ospiti e personale della struttura. Non c’erano vie d'uscita: il resort era una trappola mortale.
VITE SPEZZATE. E questo sembra essere uno dei punti chiave dell'intera inchiesta. Sarebbe stato sufficiente che il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, uno dei principali imputati, che pure aveva chiuso le scuole che si trovavano molto più in basso, avesse disposto lo sgombero dell'hotel, per cambiare il corso di quelle 29 vite spezzate. Ma ci furono anche difetti di comunicazione, per l’accusa inaccettabili. Nessuno segnalò a chi di dovere, e quindi alla Prefettura che era l'organo preposto al coordinamento dei soccorsi, l’emergenza di Rigopiano.
E nessuno, tanto meno il sindaco, direttamente o indirettamente mise al corrente della grave situazione il Comitato regionale per l'emergenza che aveva indirizzato gli aiuti dove più servivano, seguendo le segnalazioni che pervenivano in quei giorni caotici.
LE 45MILA PAGINE. La procura, cui bisogna dare atto di aver agito senza soste nonostante la complessità dell'indagine (con fascicoli che contano oltre 45mila pagine), con il procuratore Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia, ha individuato una serie di presunti responsabili per il disastro e le morti: 24 persone oltre alla società che aveva la gestione dell'hotel. E lo ha fatto indagando nelle istituzioni: dalla Regione alla Provincia, dalla Prefettura al Comune di Farindola. Sott’accusa però sono finiti i tecnici mentre le posizioni dei vertici politici regionali di tre giunte (quella di Del Turco, Chiodi e l'ultima di D'Alfonso) sono state archiviate, un provvedimento confermato dal gup dopo una complessa udienza di opposizione voluta da alcune delle parti processuali.
LE ACCUSE. I 24 imputati dovranno dunque difendersi da accuse gravi che vanno dal disastro colposo all'omicidio e le lesioni colpose plurime, dall'abuso d'ufficio al falso ideologico, che riguardano in particolare la mancata realizzazione della carta del pericolo valanghe. E ancora: le presunte inadempienze relative alla manutenzione e lo sgombero delle strade di accesso all'hotel, e la tardiva attivazione del centro coordinamento soccorsi.
IL DEPISTAGGIO. E quando sembrava che la matassa fosse stata dipanata, ecco arrivare la seconda inchiesta sulla frode processuale e il depistaggio che ha coinvolto sette persone fra dirigenti e funzionari della Prefettura con in testa l'ex prefetto Francesco Provolo.
IL motivo? Le richieste di aiuto giunte in Prefettura la mattina del 18, prima della tragedia, fra cui quella del cameriere dell'hotel Gabriele D'Angelo (una delle vittime), sarebbero state nascoste agli investigatori. Nella disorganizzazione totale della sala operativa, aperta peraltro in netto ritardo, quegli Sos non solo rimasero inascoltati, dice l’accusa, ma subito dopo la tragedia ogni traccia sarebbe stata cancellata per evitare un coinvolgimento che poi comunque c’è stato. Solo l'insistenza di alcuni familiari delle vittime ha fatto sì che nel corso dell'ultima udienza preliminare lo Stato si costituisse parte civile contro i presunti responsabili del depistaggio.
INVESTIGATORI IN GUERRA. Lo Stato che chiede i danni al suo organo periferico. Questa brutta pagina della vicenda Rigopiano, ha innescato anche una guerra tra investigatori. La polizia che denuncia i carabinieri forestali di presunti ritardi nell'invio di documenti in procura, e i militari che a loro volta accusano la polizia di non aver acquisito dalla Prefettura quelle carte fondamentali per scoprire il depistaggio che venne fuori soltanto molti mesi dopo grazie al lavoro degli stessi carabinieri forestali. Un'inchiesta corollario che è ancora aperta e che si trova nelle mani del procuratore aggiunto Anna Rita Mantini e dei sostituti Salvatore Campochiaro e Luca Sciarretta.
NUOVE DENUNCE. Si sono infine aggiunte le denunce dei familiari delle vittime che mai pensavano di assistere a un tale scontro, speranzosi come erano di arrivare il prima possibile alla verità sul disastro costato la vita ai loro cari: figli, mogli, mariti e parenti. Un attrito istituzionale che potrebbe finire per fare il gioco di chi sta remando contro la ricerca della verità, perché delegittimare gli investigatori che hanno condotto le indagini non fa certo bene al processo che dovrà iniziare.
RESA DEI CONTI. Adesso, dopo tre anni, si è arrivati alla resa dei conti e la riunione dei due procedimenti potrebbe far decidere a gran parte degli imputati di scegliere la strada del rito abbreviato e di definire le rispettive posizioni davanti al gup, senza affrontare un dibattimento pubblico. Lungo e complesso. Le parti civili attualmente costituite nei due procedimenti danno il senso della complessità del processo Rigopiano. Sono oltre 150 che stanno chiamando in causa una serie di responsabili civili: Presidenza del Consiglio dei ministri, ministero dell'Interno, Regione Abruzzo e Comune di Farindola. Si parla di milioni di euro di risarcimento dei danni, l’ultimo grande aspetto di procedimento delicato e difficile che vale la memoria di 29 anime innocenti.

