Dall’Abruzzo all’Ucrainaper aiutare a ricostruire

Il racconto del teramano D’Ascenzo tra le macerie di Kiev, Bucha e Harcov
A Bucha l’odore dei cadaveri intasa ancora le narici. Ad Harcov la guerra non dà tregua e gli aerei russi solcano ancora i cieli ucraini. A Kiev i palazzi dilaniati sono come ferite scavate nell’orgoglio di un popolo. La guerra vive ancora, dopo tre mesi di lacrime, esodi e massacri. «Ma gli ucraini stanno cercando di riorganizzarsi e di ripartire», spiega Sergio D’Ascenzo, teramano con oltre 40 anni di servizio nella sanità e presidente dell’associazione umanitaria “Kerjgma”, che nell’ultima settimana ha attraversato le macerie di Bucha, Kiev e Harcov. Riusciamo a contattarlo al telefono appena varca il confine con la Romania, dopo giorni interi passati a toccare con mano la sofferenza del popolo ucraino. Ora Sergio combatte una personale guerra parallela: «Per convincere la gente che il conflitto non è finito, che gli ucraini stanno ancora soffrendo e hanno bisogno del nostro aiuto». Da una vita D’Ascenzo fa la spola tra Teramo e la Moldavia per motivi umanitari. Conosce la frontiera e le strade e per questo motivo la sua associazione è diventata in poco tempo uno dei punti di riferimento per l’invio di aiuti dall’Abruzzo. Da quasi una settimana è tornato tra le macerie delle città ucraine per dare una mano: «Volevo verificare che tutto ciò che mandiamo arrivi effettivamente a destinazione, ma anche toccare con mano come funziona la catena degli aiuti». D’Ascenzo è diventato il testimone oculare della ricostruzione, la fase 3 del conflitto, probabilmente la più complessa da gestire. L’Ucraina sta provando a ripartire ma il germoglio della sua ripartenza è ancora debole. Serviranno anni prima di poter rivedere gli imponenti condomini della capitale issarsi verso il cielo. La mano di Putin si è abbattuta come una mannaia sulle famiglie e sui bambini, sulle donne incinte e sugli ospedali. Ma i profughi stanno lentamente rientrando e nelle città si intravedono i primi cantieri: è un doppio segnale di speranza. Ora però c’è da mettere le mani tra le macerie, mentre le tracce della guerra dominano ancora il panorama delle città.
Harcov, la guerra
che resiste Nell’Ucraina orientale si combatte senza tregua. Il martello militare dei russi picchia ancora forte ad Harcov. «Qui abbiamo avuto tanta paura», racconta D’Ascenzo, «perché mentre eravamo per le strade della città abbiamo sentito due esplosioni, nelle vicinanze di un mercato distrutto, e poi un jet russo è sfrecciato sulle nostre teste. L’artiglieria ucraina l’aveva messo in fuga ma ci siamo davvero spaventati». Sergio ha attraversato anche Bucha e Kiev in questo viaggio, ma Harcov è la città più devastata tra quelle che ha visto. «Ma anche qui il desiderio di ripartire e ricostruire è forte. La vegetazione è cresciuta rigogliosa tra i palazzi in rovina e da queste parti la presenza del conflitto è ancora ingombrante: si sentono i rumori dei bombardamenti e si vedono per strada le carcasse dei carri armati russi».
Bucha, la città martire
È la città delle fosse comuni e delle stragi, dove i massacri russi hanno toccato un livello di spregiudicatezza imponderabile. Siamo vicino Kiev, a Bucha. «L’odore di carne bruciata è ancora forte da queste parti», sottolinea Sergio, «anche qui la ricostruzione sta partendo dopo i terribili massacri. Ma la città di Bucha è piccola e le cose si vedono più chiaramente. Tante case sono state rase al suolo. Abbiamo incontrato una famiglia che era uscita indenne da un rifugio sotterraneo. La loro casa è stata distrutta e mentre abbandonavano il rifugio si sono ritrovati addosso i cadaveri caduti dal piano di sopra dell’edificio. Le sirene antiaereo non si sentono quasi più da queste parti. Ma c’è gente accampata in strada che cucina sull’asfalto per sopravvivere».
A Kiev c’è speranza Nella capitale il germoglio della speranza cresce più velocemente. Qui i danni sono stati minori rispetto alle altre città «perché la resistenza degli ucraini è stata efficace. Ora si stanno dedicando alla ricostruzione partendo dalle vie di comunicazione». Ponti, strade, viadotti e ferrovie: un lavoro immane appena cominciato. «Stanno ripristinando i ponti abbattuti e riparando le fognature. Ma ci vorranno anni per rimettere in piedi i grossi condomini bombardati e incendiati. Ho visto famiglie che dopo tanto tempo sono tornate per recuperare alcune cose e molte di loro hanno trovato la loro casa distrutta. In più, anche nella capitale c’è lo spettacolo tetro degli scheletri dei carri armati».
La comparsa delle prime ruspe e dei primi cantieri riaccende la speranza degli ucraini: «Le strade e le vie di comunicazioni sono la priorità, c’è il cuore e la voglia di ripartire ora che i combattimenti sono limitati alla parte sud Est del Paese. Ad Harcov si sentono ancora i colpi e i bombardamenti, mentre a Kiev e Bucha è cominciata la ricostruzione, ma anche queste città restano presidiate dai controlli militari. Sono stato colpito dall’assenza della segnaletica stradale: è stato tutto cancellato dagli ucraini per confondere i russi e rallentarli».
l’emergenza infinita
Ponti, strade e vie di comunicazione sono le priorità della ricostruzione. Ma c’è anche da rimettere in sesto un intero sistema sanitario che ha visto crollare i propri ospedali ed è stato travolto dallo tsunami del conflitto. «Gli ospedali stanno aspettando che la nazione riparta», spiega D’Ascenzo, «non hanno forniture sanitarie sufficienti. Non hanno farmacie da cui rifornirsi e sono stati paralizzati dall’arrivo dei profughi». A Cernivci, città poco toccata dalle bombe, l’ospedale pediatrico è diventato un punto di riferimento di tutta la nazione. D’Ascenzo è andato a vederlo di persona e a parlare con i medici per capire come aiutarli. «Su 200 bimbi ricoverati», racconta il presidente di Kerjgma, «45 erano piccoli profughi alle prese con i traumi della guerra. Ora stiamo pensando a come aiutarli. Bisognerebbe attivare delle sale operatorie aggiuntive, ma pur trovando gli spazi non avrebbero le attrezzature necessarie per renderle operative».
SOLIDARIETà INTERROTTA
La telefonata con Sergio dura poco meno di 15 minuti. Ha da poco passato la frontiera con la Romania e non ha smesso di documentare le tappe del suo viaggio sui social network. Ci lascia con un invito a non interrompere la catena della solidarietà: «Abbiamo girato per le strade devastate dalla guerra e visto migliaia di persone in fila per avere il nostro pane. Ma l’arrivo degli aiuti è diminuito parecchio nelle ultime settimane. Stiamo facendo grossi sforzi, compriamo persino gli alimenti all’ingrosso quando li finiamo. Sto lottando affinché la gente sappia che qui si soffre ancora».

