Dall’accusa di tentato omicidio al malore prima del processo

10 Settembre 2020

Daniela Lo Russo si è sentita male in questura a poche ore dal dibattimento Tribunale inaccessibile fino alle 11,15 per consentire i controlli degli artificieri

PESCARA. Il tribunale di Pescara, dove è stato trovato il secondo pacco bomba, è diventato già dalle 7,30 del mattino, un bunker inaccessibile. Almeno fino alle 11,15 quando è stato dato il via libera dagli artificieri ed è stato autorizzato l'ingresso di centinaia di persone (avvocati, imputati, utenti vari che avevano processi in programma o depositi urgenti di documenti che si lamentavano sempre più per quel forzato divieto d'ingresso) che nel frattempo si erano radunati davanti alla transenna dell'ingresso, bloccati dalla vigilanza del tribunale.
IL PRIMO ALLARME E mentre gli artificieri si accertavano della non pericolosità del pacco bomba rinvenuto davanti al cancello d'ingresso di piazza Caduti di Nassiriya, in procura era scattato l'allarme per salvaguardare la posizione del pm Rosangela Di Stefano, finita nel mirino del possibile attentatore. La polizia già alle 7,30 del mattino era a casa sua per invitarla a non lasciare l'appartamento mentre erano stati fatti allontanare anche i titolari e i clienti del bar ristorante Nole, posto proprio sotto l'abitazione del magistrato, per poter far brillare il pacco che fortunatamente è risultato non contenere esplosivo. Intanto, dalla telecamera posta all'ingresso del tribunale (visionate dalla polizia su disposizione del pm Salvatore Campochiaro che coordina le indagini) erano state esaminate le immagini di una persona, vestita da donna, con gonna lunga fino ai piedi e una sorta di burka in testa, che si avvicinava alle sbarre e depositava il pacco a palazzo di giustizia, verso le 7 del mattino.
LA PERQUISIZIONE Riprese che confermavano i sospetti sulla donna che doveva essere processata ieri per il tentato omicidio del marito con il farmaco Coumadin e nei confronti della quale è scattata una perquisizione della polizia in base alla legge sulle armi. Daniela Lo Russo e il figlio Michele Gruosso, che vivono nello stesso appartamento dei Colli, entrambi imputati nel processo, chiamano i proprio legali, Franco Abruzzese e Gianluca Travaglini, e finiscono in questura, dopo che gli agenti le avevano sequestrato il computer. Ma lì si blocca la verbalizzazione perché la donna si sente male e gli avvocati devono recarsi in tribunale per il processo.
PROCESSO BLINDATO Intanto, in tribunale scatta la fase due e l'aula di udienza, che dovrà ospitare Lady Coumadin con gli altri imputati e lo stesso magistrato nel mirino, viene letteralmente blindata. Ogni angolo dell'aula viene passato al setaccio dalla polizia che usa anche un cane per annusare eventuale polvere da sparo, mentre fuori dell'aula ci sono decine di poliziotti e carabinieri in divisa e altri agenti in borghese di polizia e Digos. Quando inizia l'udienza, nella maxi aula si contano i 4 avvocati degli imputati (presente il solo Gruosso), il pm con le due uditrici e una ventina di investigatori posti a semicerchio nell'aula.
ASSENTE IN AULA A fianco della postazione della Di Stefano anche i carabinieri della segreteria del procuratore aggiunto, Anna Rita Mantini, che poco prima aveva avuto un lungo colloquio con la collega Di Stefano: una scena davvero inusuale. Di Lady Coumadin, in aula, neppure l'ombra. Il suo legale, Travaglini, comunica al collegio che la donna si è sentita male (poco dopo si farà ricoverare in ospedale) e chiede un rinvio al quale si oppone il pm: il tribunale rigetta la richiesta del difensore e, alla presenza del solo Gruosso, si procede con l'audizione del consulente medico della difesa, il dottor Vincenzo Vecchione.
«Non ho potuto redigere una consulenza», spiega subito il teste, «in quanto non ho mai avuto le carte di cui avevo bisogno dalla signora Lo Russo, che dopo un primo contatto non ho mai più visto. Ho esaminato la consulenza del medico legale della procura, Cristian D'Ovidio, senza avere però a disposizione i documenti che avrà avuto lui».
LA FIRMA FALSA E quando gli viene fatto notare che comunque quelle note inviate alla Lo Russo le aveva sottoscritte, il teste salta dalla sedia: «Non ho mai firmato nulla proprio perché non avevo la documentazione necessaria». Gli viene allora mostrato il documento firmato e il teste dice prontamente: «No, questa non è la mia firma». E quel documento finisce in procura per accertare eventuali reati da parte di chi appose la firma del medico su quella nota. Nella sua deposizione il teste ha comunque sostenuto che in qualche occasione i valori per la presenza del farmaco sarebbero stati elevati, ma mai da poter mettere in pericolo la vita del paziente.
Ma poi, alle domande del pm Di Stefano, il teste afferma che eventuali conseguenze dovute a un’assunzione prolungata del Coumadin avrebbero potuto portare a una grave emorragia o anche a nulla: tutto sarebbe dipeso dalle quantità di farmaco assunte. Sta di fatto che al termine della deposizione la difesa, sostenendo l'esistenza di versioni contrastanti tra la consulenza di D'Ovidio e l'esame del loro esperto, ha avanzato richiesta al Collegio di un'altra perizia.
RINVIO AL 21 OTTOBRE Richiesta alla quale si è opposta il pm e sulla quale il tribunale si è riservato di decidere il 21 ottobre, quando si tornerà in aula per la discussione. E all'uscita dell'aula il pm Di Stefano viene scortata da due agenti in borghese che l'accompagnano a casa. «Ufficialmente non ho ricevuto alcuna comunicazione dalla Prefettura», ha detto il magistrato, «ritengo che si tratti soltanto di una cortesia per oggi».