Dalla Cisl al Senato: i suoi grandi incarichi

Nel 2013 arrivò a un passo dalla presidenza della Repubblica
Nel pomeriggio del 17 aprile 2013 le redazioni giornalistiche abruzzesi entrarono in fibrillazione. Un figlio della terra d’Abruzzo, Franco Marini, era stato indicato dalla gran parte delle forze politiche come il successore di Giorgio Napolitano alla più alta carica dello Stato, la presidenza della Repubblica. A San Pio delle Camere, il paese dove Marini era nato nel febbraio del 1933 e che aveva lasciato all’età di nove anni, si creò un’attesa spasmodica. Il giorno dopo, alla prima votazione, l’abruzzese che ha avuto più incarichi istituzionali di tutti (nemmeno Lorenzo Natali e Remo Gaspari avevano fatto come lui) fu azzoppato dai franchi tiratori, ottenne 521 voti, la maggioranza assoluta, ma come è noto nelle prime votazioni servono i due terzi dei grandi elettori. Per Franco Marini fu una delusione (alla fine fu rieletto Napolitano perché su altri nomi non si trovò l’accordo) che forse ha segnato i suoi ultimi anni. Non fece polemiche e riprese la sua vita da padre nobile della Repubblica con il suo studio al Senato (in qualità di ex presidente) e come presidente del Comitato storico-scientifico per gli anniversari di interesse nazionale, istituito dalla presidenza del Consiglio dei ministri. La sua è stata una vita da predestinato. A San Pio delle Camere raccontano ancora che la sua maestra delle elementari ne parlava come di un bambino «dall’intelligenza vivacissima. Farà strada» diceva. E aveva ragione. Franco Marini, si legge nelle sue biografie ufficiali, era il primogenito di una famiglia numerosa, non ricca ma dignitosa. Il padre, operaio della Cisa Viscosa, dovette trasferirsi per lavoro a Rieti e fu lì che conobbe il mondo della fabbrica e decise che sarebbe sempre stato dalla parte dei lavoratori.
IL SINDACALISTA
Dopo il diploma al liceo Classico, la laurea in giurisprudenza e il servizio militare come ufficiale degli alpini cominciò a fare attività sindacale. Politicamente il suo cuore batteva per la Democrazia cristiana e in particolare per quella parte che guardava con maggiore attenzione al mondo operaio e contadino. Si iscrisse alla Dc nel 1950, ebbe contatti con l’Azione Cattolica e le Acli e cominciò a lavorare, mentre studiava da avvocato, nell’ufficio contratti e vertenze della Cisl a Roma. Negli anni Sessanta il primo grande salto nei Palazzi istituzionali della capitale. Nel 1964 infatti cominciò a collaborare con l’allora ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno, Giulio Pastore (che è stato il suo maestro). Nel 1965 divenne segretario generale aggiunto della federazione dei dipendenti pubblici e da lì iniziò una “scalata” che lo portò a diventare prima vicesegretario e nel 1985 segretario nazionale della Cisl.
IL POLITICO
Nei primi anni Novanta del secolo scorso Franco Marini entra nell’agone politico e lo fa da protagonista. Le cronache raccontano che nel 1991, alla morte di Carlo Donat-Cattin, eredita la corrente di Forze Nuove, interna alla Democrazia Cristiana, da sempre vicina al mondo del lavoro. Nell’aprile del 1991 diventa ministro del Lavoro nel governo presieduto da Giulio Andreotti. Nel 1992 entra in Parlamento a furor di popolo e diventa anche segretario organizzativo della Dc. Ma il 1992 è anche l’inizio di Mani Pulite e dello sfaldamento dei principali partiti di governo. Nel 1994, al posto della Dc, nasce il Partito popolare del quale diventa segretario nel 1997 prendendo il posto di Gerardo Bianco. Nel 1999 viene eletto al Parlamento europeo e lascia la segreteria del Partito popolare, partito che nel 2001 entra, anche col consenso di Marini, nell'alleanza elettorale della Margherita che nel 2002 diventa un partito nel quale l’uomo politico abruzzese ebbe l’incarico di responsabile organizzativo.
PRESIDENTE DEL SENATO
Nel 2006 viene eletto al Senato e ne diventa presidente dopo un testa a testa nientemeno che con Giulio Andreotti che era stato candidato dal centrodestra. Ottenne 165 voti. Nel suo discorso di insediamento fece un appello all’unità e disse fra l’altro: «Sarò il presidente di tutto il Senato e in un dialogo fermo e mai abbandonato sarò il presidente di tutti voi con grande attenzione e rispetto per le prerogative della maggioranza e per quelle dell'opposizione come deve essere in una vera democrazia bipolare, che io credo di aver modestamente contribuito, anche con il mio apporto, a realizzare nel nostro Paese».
PADRE DELLA REPUBBLICA
Nel 2007, a causa delle turbolenze nel governo guidato da Romano Prodi c’è chi pensò a lui come guida di un governo istituzionale. Nel 2008, alla caduta del governo Prodi, il presidente Napolitano conferì a Marini un incarico finalizzato alla verifica della possibilità di consenso da parte della maggioranza e dell'opposizione su una riforma della legge elettorale e su un governo che assumesse le decisioni più urgenti. Marini accettò l'incarico. Tuttavia, il 4 febbraio 2008, dopo quattro giorni di consultazioni con tutti i gruppi parlamentari e con alcune rappresentanze delle parti sociali, si recò al Quirinale per rimettere il suo incarico nelle mani del presidente della Repubblica «con molto rammarico per l'impossibilità di raggiungere l'obiettivo» «di trovare una maggioranza per modificare in pochi mesi la legge elettorale». Alle elezioni politiche del 2013 non fu rieletto. Nell’aprile dello stesso anno la possibilità di diventare presidente della Repubblica ma i giochi di Palazzo fermarono la sua corsa.
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