Dati Istat, l’Abruzzo resiste alla grande crisi da Covid

L’economista Mauro rassicura: l’occupazione ha perso solo mezzo punto
I dati sull’occupazione pubblicati dall’Istat appaiono al tempo stesso interessanti e sorprendenti. Interessanti perché dimostrano la capacità della Regione di reagire alle grandi avversità, confermando tutte le sue potenzialità; sorprendenti perché non era facile attendersi una tenuta sostanziale del mercato del lavoro in un periodo di parziale blocco dell’attività economica. Infatti, il numero degli occupati nel secondo trimestre del 2020 è pari a 488mila unità, mentre il tasso di occupazione è del 57,2%.
LA PERDITA. Rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente le variazioni sono minime, ossia dello -0,6% e dello -0,3%. Tutto ciò può essere interpretato positivamente, tenuto anche conto dell’aumento dei posti di lavoro, circa 10mila unità, rispetto al primo trimestre. Appare positivo anche il confronto con le altre circoscrizioni territoriali che registrano cali molto più marcati come nel caso dell’Italia (-3,6%) e del Mezzogiorno (-5,3%).
L’APPROFONDIMENTO. Tuttavia, un’interpretazione più puntuale degli indicatori conduce almeno a tre considerazioni. In primo luogo, la forte riduzione delle ore di lavoro; in secondo luogo la contrazione del numero delle persone in cerca di occupazione e infine la flessione della forza lavoro che si presenta sul mercato. Sembra pertanto evidente che il blocco dei licenziamenti, la Cassa integrazione guadagni e le misure nazionali e regionali a favore di imprese e famiglie abbiano influenzato positivamente l’andamento dell’occupazione, anche se si assiste a una caduta delle assunzioni tale da poter incidere sul futuro delle nuove generazioni.
L’EXPORT. Sempre nello stesso periodo, le esportazioni, invece, registrano un andamento negativo del 16,3%, un punto percentuale in più nei confronti della media nazionale, ma con diminuzioni significative nei mezzi di trasporto (-26,6%) e nel tessile- abbigliamento (-37,8%). Vengono cosi colpiti due pilastri del modello produttivo abruzzese, il primo particolarmente importante in quanto rappresenta il cuore della presenza regionale non solo sui mercati internazionali ma anche per quanto riguarda occupazione e Pil. In quest’ambito occorre tuttavia considerare la costante e positiva evoluzione del settore agroalimentare (+9%) e soprattutto l’aumento esplosivo del chimico-farmaceutico (+112%) che con la sua rilevante espansione attenua il disavanzo complessivo.
LA SINTESI. Il Covid-19 continua, dunque, a produrre effetti negativi sull’economia abruzzese, generando paura e grande incertezza sul futuro. In questi ultimi mesi, tuttavia, si assiste a un certo rimbalzo positivo. Alcuni settori hanno registrato una forte ripresa, al di sopra di ogni previsione, come nel caso del turismo, e gli stessi consumi manifestano, è vero, una tendenza spiccatamente negativa ma con valori meno marcati rispetto ad altre regioni. Il peggio dovrebbe essere passato, al netto delle incognite che riguardano la durata e il rischio di recrudescenza dell’epidemia.
LA PRIORITÀ. Ciò significa che in questa fase così incerta e difficile il sistema economico abruzzese ha ancora bisogno di protezione. Ecco perché è fuorviante distinguere tra debito cattivo e debito buono. Tutti gli interventi capaci di ridurre la sofferenza umana e a evitare il crollo della domanda e dell’offerta sono da considerare positivi e da finanziare con debito.
IL POTERE DEL DEBITO. Quale sistema economico sarebbe in grado di riprendersi se nel corso della pandemia dovesse perdere un terzo della sua capacità produttiva, ampliando disuguaglianze e fasce di povertà? C’è un uso del debito per fronteggiare l’emergenza e salvaguardare il tessuto produttivo e sociale e un altro per creare lavoro, benessere e prospettive di sviluppo. In quest’ultimo caso appare improrogabile l’esigenza di delineare una visione strategica dell’Abruzzo, che sappia interpretare i repentini cambiamenti nel modo di produrre, conoscere e comunicare. È da oltre vent’anni che l’economica Abruzzese sperimenta lunghi periodi di stagnazione e pochi anni di crescita. Ciò ha mortificato il mercato del lavoro e impoverito le potenzialità produttive. Con l’aiuto dei consistenti fondi europei è necessario modificare tale andamento con scelte programmatiche capaci di generare progettualità e crescita economica.
IL FUTURO. La strada da seguire potrebbe comprendere tre momenti: a) l’individuazione dei punti di debolezza o “dei colli di bottiglia” che frenano la crescita; b) l’individuazione delle strategie per accrescere la competitività della regione; c) la necessità di una cooperazione tra attori istituzionali, economici e sindacali.
In quest’ambito, i soli interventi infrastrutturali, pur importanti non sono sufficienti. Uno dei più importanti problemi dell’Abruzzo è che il suo sistema economico ha una limitata innovazione. Ciò provoca bassa produttività e scarsa crescita. E con una produttività stagnante bisogna comprimere i salari e ricorrere a un eccesso di flessibilità del lavoro. Non è questa la strada da seguire. Ecco perché infrastrutture, innovazione, coesione territoriale e rafforzamento delle filiere strategiche (automotive, agroalimentare, moda e turismo) possono costituire un percorso idoneo al rilancio dell’economia abruzzese.
*(economista e docente)

