«Davo il Coumadin a mio marito lo ammetto, ma non per ucciderlo»

Per la prima volta parla in aula Daniela Lo Russo, arrestata a luglio del 2016. E al pm confessa: gli ho somministrato quel medicinale per fargli capire che io ero l’unica persona che gli stava vicino
PESCARA. «Sì lo ammetto, gli somministrai il Coumadin a luglio del 2016. Conoscevo gli effetti di quel farmaco perché lo avevo preso anche io». Daniela Lo Russo, la donna che insieme al figlio Michele Gruosso è accusata del tentato omicidio del secondo marito, l'imprenditore di Spoltore Antonio Di Tommaso, confessa così davanti al collegio del tribunale.
Dopo tre udienze andate a vuoto per una serie di imprevisti che le sono capitati proprio alla vigilia, o il giorno stesso dell'udienza, Lo Russo ieri ha risposto alle domande del pm Rosangela Di Stefano.
«Mai ho pensato di uccidere Antonio Di Tommaso, anche perché il Coumadin non uccide nessuno. Ma è stato il modo per fargli capire che l’unica persona che gli stava vicino ero io». L'imputata ha giocato così la sua carta difensiva,cercando di tirare fuori dai guai, almeno per quanto riguarda il tentato omicidio. il proprio figlio. «Non ho mai detto a mio figlio quello che stavo facendo. Quando lo mandavo ad acquistare il farmaco, lo mandavo con le ricette che facevo io (anche perché il processo e le indagini accertarono che quelle ricette erano state falsificate e il medico interessato non le aveva mai scritte ndr). Michele non sapeva altro». Una confessione arrivata dopo un’ampia premessa che l’imputata ha voluto rendere al tribunale e nella quale ha raccontato di quei cinque anni passati con un uomo che la maltrattava, la insultava e le faceva una serie di angherie, e dal quale si allontanò per andare a vivere da sola. Nel corso del suo racconto Daniela Lo Russo si è fatta scappare anche qualche lacrima. «Ma perché somministrò a suo marito quel farmaco?», le chiede l'accusa. E la donna, che prima aveva fatto un quadro nefasto del suo rapporto con il marito e soprattutto con i familiari del coniuge, ha risposto senza battere ciglio: «Perché se si sentiva male avrebbe chiamato me e si sarebbe reso conto di quanto fosse preziosa la mia presenza».
All’inizio della sua lunga premessa, l’imputata aveva esordito così: «Sicuramente avrò delle colpe in questo processo, ma quello che mi fa male è che è passato il messaggio del mostro e della pecorella: e questo è stato uno dei motivi per cui non vivevo più con lui. Non ha avuto il coraggio di fare il padre e il marito. Aveva bisogno di una badante, non di una moglie». E ancora: «Mi fece anche dormire nella cabina armadio al buio e una volta mi lasciò per strada di notte. Tutto questo nonostante gli feci una fidejussione di 400 mila euro. Ho tentato tre volte il suicidio». Poi conclude negando qualsiasi coinvolgimento nell’aggressione di cui fu vittima il marito, che secondo l'accusa sarebbe stata organizzata dal figlio Michele. Il piano che, sempre secondo l'accusa, doveva essere portato a termine era quello dell’omicidio perfetto. Prima una costante somministrazione di Coumadin che mandò più volte l’uomo in ospedale, poi l’aggressione che avrebbe dovuto provocare lesioni interne che, con il Coumadin assunto, avrebbero provocato una morte per emorragia. Ma le intercettazioni dei carabinieri furono provvidenziali.
Ieri, sono sfilati anche alcuni testi della difesa per supportare la tesi sostenuta dalla Lo Russo, e la ex convivente di Michele Gruosso che ha fornito un alibi per la sera dell’aggressione, il 10 luglio del 2016: «Era stato tutta la giornata con me». Quindi, un paio di domande del pm per mettere in evidenza che non ricordava cose importanti della sua vita, ma quel 10 luglio di 4 anni fa sì.
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