Di Cecco: come Guardiola non mi sono mai dopato

5 Giugno 2015

Il maratoneta trovato positivo all’Epo nel 2008 depone in tribunale: «Sono pulito, valori nella norma». E l’avvocato Marchese cita il caso del calciatore

PESCARA. «Avevo vinto la maratona di Carpi e dopo tre settimane mi chiamò un mio amico avvertendomi che l’Ansa aveva scritto che ero positivo all’Epo. Rimasi sbalordito, non potevo crederci. Chiamai in federazione e domandai: “Ma sono positivo?” E loro: “Sì”. Non riuscivo a capire: i miei valori non erano alterati». Il maratoneta Alberico Di Cecco, 41 anni, originario di Guardiagrele, è arrivato ieri in tribunale per raccontare di fronte al giudice cosa accadde dopo la maratona di Carpi del 2008 e perché, a distanza di tre settimane da quel 12 ottobre, venne accusato di essersi dopato, l’accusa più infamante per uno sportivo. «Una sostanza si prende per far aumentare le prestazioni e per far schizzare i valori», ha spiegato Di Cecco in aula, «e invece i miei valori erano tutti uguali perché non ho mai assunto nulla», ha proseguito il campione squalificato nel 2008 dal Coni per due anni perché, secondo l’accusa, era risultato positivo all’Epo. Durante l’udienza la difesa ha ripercorso le tappe dai controlli alla squalifica, dalle analisi sulle urine a quelle del sangue fino al parallelismo con il celebre caso di Pep Guardiola: il pluridecorato allenatore di calcio trovato positivo agli albori della sua carriera nel Brescia e riabilitato totalmente con una condanna cancellata dopo un iter molto lungo portato avanti dalla difesa di Guardiola, dall’avvocato Tommaso Marchese. Un caso simbolo che all’epoca fece giurisprudenza e che Marchese, attraverso i suoi consulenti, ha tirato in ballo anche ieri per la difesa di Di Cecco proprio per dimostrare che anche il campione che nel 2004 era arrivato sesto alle Olimpiadi di Atene e che nel 2005 si era aggiudicato la maratona di Roma è sempre stato pulito.

«Mi dissero che ero positivo all’Epo, rimasi sbalordito». «Di Cecco, cosa accadde dopo la maratona di Carpi del 12 ottobre 2008?», ha chiesto Marchese al maratoneta. «Avevo vinto quella maratona», ha iniziato a raccontare Di Cecco, «e proprio per questo sono stato sottoposto al test antidoping. Sono stato accompagnato nella sala per le analisi delle urine e lasciai una produzione parziale e, dopo la premiazione, mi sono sottoposto alle analisi del sangue». Trascorrono tre settimane e Di Cecco riceva una telefonata: «E’ stato un mio amico a dirmi che era uscita un’agenzia che diceva che ero risultato positivo all’Epo. Non sapevo come poteva essere accaduto e chiamai la federazione che mi confermò che sì, ero risultato positivo». Di Cecco ha proseguito l’esame in aula rispondendo alle domande dell’avvocato e spiegando al giudice come «le analisi del sangue avevano dato un esito negativo mentre in quelle delle urine era stata riscontrata la presenza di una sostanza. Ma se avessi alterato le prestazione», ha spiegato l’ex azzurro, «avrei avuto una positività al sangue e invece non andò così» aggiungendo che «l’Epo si prende per aumentare le prestazioni sportive e il suo effetto è quello di far schizzare i valori. I miei sono sempre stati nella norma».

«I miei valori nella norma anche nei controllo a sorpresa». Di Cecco ha così cercato di spiegare che la sua carriera, quel giorno di 7 anni fa, non era stata macchiata anche perché, poche settimane prima era stato sottoposto a un controllo a sorpresa. «Era il 25 settembre 2008 e non venne rilevato nulla», ha detto ancora l’atleta facendo, poi, riferimento ai numerosi controlli ematici anche all’estero.

«Prendevo solo ferro, ma è un integratore». «Nel 2005 sono arrivato sesto alla maratona di New York e sono stato controllato così come nel 2003 quando sono arrivato quinto. Ogni anno correvo all’estero e questi test sono molto frequenti», ha concluso l’atleta ricordando come, poi, il Coni decise comunque di squalificarlo per due anni e per prassi gli atti sono passati in procura. «L’incolpazione in sede sportiva», ha spiegato il campione, «è stata quella di responsabilità oggettiva, sono stato sanzionato solo perché nelle urine c’era una presenza non un assunzione e c’era l’assenza di dolo. Che farmaci avevo preso?», ha risposto, «il ferro come faccio ancora oggi, ma è un integratore».

Il caso simbolo di Guardiola. Dopo la deposizione di Di Cecco hanno testimoniato i due consulenti chiamati ancora dalla difesa, gli ematologi Marco Piccioni e Francesco Simula. Sono stati i due consulenti a fare il parallelismo con l’attuale allenatore del Bayern, Guardiola: il caso simbolo esploso nel 2001 che, poi, fece giurisprudenza. Al tempo del Brescia, Guardiola era stato trovato positivo al Nandrolone finendo sotto i riflettori di tutta la stampa mondiale. Il calciatore ingaggia Marchese che si mette alla testa di un pool di esperti internazionali per dimostrare la correttezza del giocatore. In primo grado Guardiola viene condannato a 7 mesi ma grazie agli sforzi della comunità scientifica e su sollecitazione del legale, l’Agenzia mondiale antidoping emana una nota tecnica che spiega che, in presenza di certi parametri complementari, il test non ha un grado sufficiente di attendibilità. Un caso destinato a fare a scuola e a cui Marchese dedicò anche un libro. Nel frattempo, anni dopo, Guardiola viene assolto dalla Corte d’Appello perché il fatto non sussiste dopo aver rinunciato anche alla prescrizione. L’iter prosegue, le norme cambiano e nel 2009 la Corte di giustizia federale – una sorta di Cassazione – cancella la condanna e riabilita totalmente l’allora allenatore del Barcellona. Di Cecco tornerà in aula il 24 settembre.

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