Di Matteo agli studenti: fate voi lezioni di legalità

Il procuratore antimafia riceve la cittadinanza onoraria da 9 Comuni abruzzesi «Anche questa regione è a rischio mafia». Nell’Aurum blindato 500 persone
PESCARA. «Ragazzi, fatevi portatori di un sogno: la lotta alla mafia deve partire da voi. Fate voi le lezioni di legalità». Con queste parole, il magistrato Nino Di Matteo ha infiammato una platea di circa cinquecento persone, tra studenti e rappresentanti delle istituzioni provenienti da Pescara e provincia, che hanno partecipato al convegno "Dalla parte della legalità", organizzato dalla presidenza del consiglio comunale rappresentata da Antonio Blasioli e dal consigliere del Movimento 5 stelle Massimiliano Di Pillo e svoltosi in un Aurum blindatissimo dalle forze dell'ordine, con gli elicotteri a sorvolare lo spazio aereo cittadino.
Il sindaco Marco Alessandrini e altri otto primi cittadini e vice della provincia (Valentina Tatasciore, Bucchianico; Ottavio De Martinis, Montesilvano; Luciano Di Lorito, Spoltore; Ester Volpe, Miglianico; Cleto Pallini, Pineto; Gabriele Florindi, Città Sant'Angelo; Umberto Di Primio, Chieti; Giuliano Galiffi, Mosciano Sant'Angelo) hanno consegnato la cittadinanza onoraria al magistrato in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata. Un uomo dello Stato che ha ricevuto minacce di morte da parte del boss Totò Riina e che per questa ragione si muove sotto scorta da più di venti anni. In collegamento skype Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, ucciso il 19 luglio 1992 e fondatore del movimento Agende Rosse.
«Le minacce a Di Matteo non arrivano tanto dalla criminalità, quanto da quei pezzi dello Stato che godono dei frutti della trattativa Stato-mafia che ha ucciso Falcone e Borsellino. Ai giovani dico: non fate l'errore, come me, di fuggire da questo Paese, che è vostro e ve lo dovete riprendere, ma state vicino a questo magistrato e resistete, resistete, resistete».
Il magistrato, che ha indagato sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, ha osservato che la mafia non è solo pericolosa in quanto tale, «ma ancor più subdola è la diffusione dei metodi mafiosi nell'esercizio del potere. E' nel dna della mafia e di Cosa Nostra, la ricerca del rapporto col mondo istituzionale, economico e imprenditoriale, senza le quali mai avrebbe potuto raggiungere tanta potenza negli ultimi 150 anni. Da cittadino avverto l'esigenza più pressante: applicare le leggi della Costituzione, piuttosto che cambiarle. Finché lo Stato non si decide a recidere questi legami, non vinceremo mai la guerra anche se abbiamo vinto tante battaglie».
Sollecitato dalle domande degli studenti, Antonino (Nino) Di Matteo, ha confermato che «anche l'Abruzzo è a rischio mafia, così come tutte le altre regioni italiane» e dunque ha esortato gli amministratori «a chiudere le porte in faccia ai mafiosi» e a tenere alta la guardia «sul mondo degli appalti» portando ad esempio gli scandali post terremoto dell'Aquila. Anche i mezzi di comunicazione devono fare la loro parte, per il magistrato palermitano di 55 anni: «La morte di Peppino Impastato è una delle vicende madri della trattativa stato-mafia, su cui noi in Sicilia facciamo due processi a settimana, ma nessuno ne sa nulla. Sappiamo chi ha ucciso il generale Dalla Chiesa, ma non chi ha rubato i suoi appunti; sappiamo chi ha fatto saltare Falcone, ma non chi ha ripulito il suo computer. E dov'è l'agenda rossa di Borsellino, fatta sparire dopo la strage? Dobbiamo perseguire il completamento della verità e la politica deve smetterla di delegare alla magistratura la punizione dei criminali mafiosi».
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