Di Pietro, il partigiano di 97 anni «Ho combattuto per la libertà»

SULMONA. È un viaggio nel tempo, un salto nel passato. È come sfogliare un manuale di storia contemporanea con la possibilità di entrarci dentro, vivendo le emozioni, le paure, le sofferenze e la...
SULMONA. È un viaggio nel tempo, un salto nel passato. È come sfogliare un manuale di storia contemporanea con la possibilità di entrarci dentro, vivendo le emozioni, le paure, le sofferenze e la vitalità degli eroi. Con le parole, Raffaele Di Pietro, di Sulmona, l’ultimo dei “ragazzi” della Brigata Maiella, riesce a prenderti per mano e accompagnarti nel duro e coraggioso cammino intrapreso per difendere la libertà quando aveva solo 18 anni.
IL RACCONTO
«Noi uomini delle frazioni, Di Pietro, Di Mascio e altri amici di Sulmona, al fine di evitare il rastrellamento della polizia militare tedesca, ci organizzammo di tutto il necessario per mangiare e dormire e decidemmo di darci alla “macchia” sulla montagna di Pettorano sul Gizio», racconta Di Pietro. «Con queste nostre azioni e quelle di tanti altri della Valle Peligna e dell’Alto Sangro, nacque la Resistenza contro l’occupazione tedesca». Nel maggio 1944 un episodio turbò la sua quotidianità e nella sua mente è più vivo che mai. Era con un gruppo di ragazzi, in una vecchia casa utilizzata dalla famiglia come deposito, quando due militari tedeschi iniziarono a tirare calci alla porta per entrare. Non servì a nulla la sua totale disponibilità, venne strattonato e poi sentì un freddo glaciale sulla sua fronte: una pistola puntata alla tempia. La paura era indescrivibile. Il secondo militare diede ordine di abbassare l’arma, e grazie all’adrenalina del momento Raffaele riuscì a scappare quando entrarono nella struttura per perlustrarla. «Fu proprio questo episodio la molla che mi spinse ad arruolarmi e combattere con la Brigata Maiella», prosegue. «Fui assegnato alla IV Compagnia Commandos i cui comandanti erano il tenente Mario Filetti e il tenente dell’esercito polacco Du Bois, vicecomandante Domenico Troilo».
LA MORTE DELL’AMICO FUÀ
Passo dopo passo, scontro dopo scontro, tanti i momenti che hanno provocato dolore, uno dei più intensi è stato l’essere testimone oculare della morte del caro amico Oscar Fuà, allora 16enne, a Brisighella. «Eravamo a pochi metri di distanza quando arrivò la schioppettata mortale che lo colpì alla fronte. Arrivò il portaferiti Pacella e lo trascinò via a valle. La guerra è una cosa triste», commenta. «Sono passati tanti anni dal 1945, ma io questo momento non lo dimenticherò mai». Nel febbraio 1945 fu ferito dalle schegge di un proiettile al braccio sinistro e al ginocchio destro, venne soccorso sul campo e trasferito in ospedale.
L’INCONTRO CON IL RE
«Ero all’ospedale ortopedico militare “Maria Josè” di Bari, nel marzo del 1945, quando arrivò Umberto di Savoia ad accertarsi delle mie condizioni di salute, mi diede una stretta di mano, un’istantanea che custodisco con orgoglio», afferma con un’emozione tangibile. E poi la Liberazione. «Ero a Bari, ancora in ospedale, la notizia fece esplodere di gioia la città e tutto il Paese, le piazze erano in festa e il pensiero è andato a tutti quei compagni caduti che non hanno potuto vedere vincere la libertà».
UCRAINA
Sulla guerra in Ucraina ha le idee chiare. «Sono dispiaciuto per quello che sta succedendo, perché mi tornano alla mente le nostre sofferenze di allora. Ma quelle erano transitorie perché la guerra stava finendo. In Ucraina, invece, ho l’impressione che la guerra sarà molto lunga e sanguinosa. Vedere questa gente che soffre mi provoca molta tristezza. Sono contrario alla fornitura delle armi perché le armi alimentano la guerra, ammazzano le persone, hanno insanguinato il nostro Paese», conclude Di Pietro, guardando il mondo di oggi con gli occhi del ragazzo che ha combattuto nel passato e che a 97 anni vuole combattere ancora per quel Paese che non ha mai smesso di amare. (u.c.)
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