Di Pietro: la cultura ci salverà dal degrado

La dirigente dell’Alberghiero: pescaresi, amate la vostra città
PESCARA . Da organizzatrice di rassegne cinematografiche d’essai, quando era studentessa universitaria, alla guida di un’istituzione scolastica, fucina di «cuochi che diventano ambasciatori della cultura enogastronomica abruzzese nel mondo». Quel mondo che ha visitato quasi per intero e che le dona «una ricchezza infinita», prima di far ritorno a casa, nel luminoso appartamento in centro stracolmo di libri e cimeli «ognuno dei quali racconta una storia di me e della mia famiglia». E ogni volta, «dopo un lungo andare lento e curioso» torna nella città dove è nata e dove ogni volta lascia il cuore e gli affetti, per poi riprenderli. Alessandra Di Pietro, dirigente scolastico dell’istituto alberghiero “De Cecco”, sposata (nel 1989 nella chiesetta di Sant’Anna col rito officiato dal vicario del vescovo don Vincenzo Amadio) con Luca Romani, ex direttore generale della Fater tra gli altri incarichi prestigiosi in area marketing, è figlia di due maestri di scuola elementare di origine teramana.
Cresciuta in un ambiente borghese, colto ed elegante, ama profondamente Pescara e vorrebbe «vederla sprovincializzata, più di respiro internazionale», commenta la preside, elementari e medie alla Mazzini, studi liceali al D’Annunzio, laureata in Giurisprudenza a Teramo (dove ha conosciuto il futuro marito col quale innescava simpatiche competizioni scolastiche sui voti: «Prendevamo entrambi 110 e lode perché non volevamo essere l’una meno dell’altro»,scherza) e Scienze Pedagogiche a Chieti. Alessandra Di Pietro, dal carattere «estroverso, dinamico e coinvolgente», da tre anni (proveniente dal Marconi di Penne e dall’insegnamento in diversi istituti tecnici) dirige un istituto di circa 1500 studenti e 280 tra docenti ed educatori. Nata «qualche anno fa», (sorride celando gelosamente l’età) in via Leopoldo Muzii, da mamma Italia Lenzi, maestra, e papà Antonio, professore di lettere e latinista, originari di Atri. È zia di Antonio, 21 anni, laureato in Ingegneria al Politecnico delle Marche e Lorenzo, 19 anni, diplomato alla scientifico e giovanissimo arbitro italiano di basket serie C, figli del fratello Maurizio, informatore medico scientifico con la passione delle piante officinali, col quale da bimba giocava sempre davanti all’aiuola dell’orologio in piazza Primo Maggio, dove oggi si trova la Nave di Cascella.
Preside, che città è Pescara?
«È una città che sta dimostrando tanto fermento culturale, tra manifestazioni, mostre, concorsi, associazionismo e volontariato, ma ha bisogno di internazionalizzarsi per elevarsi qualitativamente. Ha bisogno non solo di una cultura fatta in casa, ma di creare sempre più eventi che la trascinino nel firmamento nazionale e internazionale. La città, come l’intero Abruzzo, deve puntare al turismo culturale. Ed è necessario creare un coordinamento con i borghi del territorio, gemme vitali dove devono nascere laboratori che producono cultura. Ne gioverebbe l’intera economia regionale. Ben venga, in città, la realizzazione di un teatro per la lirica e la prosa. Quando ero studentessa universitaria, con alcuni amici come Antonio Sorella e Arcangelo Finocchi, il gruppo Rotaract giovani e l’Arci fondammo l’associazione culturale Dialogos attraverso la quale organizzavamo cineforum d’essai al Michetti, al Corso, all’Excelsior e al Pidocchietto di via Trento (Centrale), con rassegne di cineasti indipendenti e conseguenti accesi dibattiti tra i giovani dell’epoca. La mia vita è sempre stata socializzante e piena di sigle con le quali collaboro, dai Fai al Fidapa, ho sempre fatto parte del variegato e brillante mondo dell’associazionismo».
Se fosse un amministratore come risolverebbe il degrado cittadino, tra accattoni, migranti, prostituzione, sporcizia?
«Il degrado dell’ambiente urbano non riguarda solo Pescara. È un malessere sociale globale. Come combatterlo? Amando la città come se fosse la propria casa. Facendo emergere l’amore per il territorio e il senso di appartenenza che ne deriva. È compito degli amministratori incoraggiare e coordinare iniziative di tutela e rispetto dell’ambiente che partano dal basso, dalla gente, dai volontari. A Barcellona, in Spagna, ad esempio, dove sono anche vissuta, facendo la spola per sette anni, i cittadini hanno creato microgiardini autogestiti. A Pescara crescono gli orti urbani, come il nostro Edugarden, che servono a educare i cittadini al rispetto della cosa pubblica.
L’istituto alberghiero in che modo fa crescere l’economia del territorio?
«La nostra è una scuola che crea professionisti della ristorazione che non sono solo cuochi, o futuri chef, che mettono insieme gli ingredienti per sfornare ricette. Ma professionisti del turismo che valorizzano cultura, storia, architettura, ambiente, attraverso gli strumenti innovativi forniti dal settore alberghiero e dell’accoglienza. Gli studenti trovano un lavoro sicuro e diventano gli ambasciatori delle ricchezze territoriali nel mondo. L’istruzione professionalizzante non esclude la cultura umanistica, in generale. Abbiamo portato a Pescara il premio Borsellino, sosteniamo il premio Maiella, ci siamo inventati i pranzi della legalità e presto avremo una sala convegni ampia e tanti laboratori per i nuovi corsi di sommelier e pasticceria e, altra novità, uno sportello del volontariato per coordinare le nostre numerose iniziative solidali realizzate anche grazie al mondo imprenditoriale e istituzionale. Questa visione di scuola mi ha permesso di instaurare e consolidare un rapporto virtuoso con le istituzioni, Provincia e Regione, che hanno sempre risposto alle nostre legittime e pressanti richieste di riqualificazione delle strutture, tra cui, prossimamente, anche il convitto».
Il suo rapporto con gli studenti?
Da docente si vivono gli studenti quotidianamente e si ha la responsabilità di costruire il loro progetto di vita. Si creano anche tanti rapporti affettivi. Da dirigente si ha una visione più ampia della scuola del futuro. Il mio sogno, e ci stiamo lavorando, è una scuola al servizio della città, che offre accoglienza e servizio di ristorazione alle realtà imprenditoriali, sociali e istituzionali che ne facciano richiesta.
La sua grande passione, oltre ai libri, sono i viaggi. Quali Paesi ha visitato e quale sarà la prossima meta?
I viaggi ti forniscono una visione più ampia delle cose, delle persone, dei luoghi. Ti danno sicurezza e ti donano la consapevolezza della bellezza del tuo luogo natio, quel piccolo mondo da cui puoi sempre volare fuori. Con mio marito decidiamo insieme ogni volta la prossima meta, in questo momento storico l’Asia è il Paese economicamente e culturalmente emergente. Siamo stati in Canada, America del nord, Messico, Honduras, Guatemala, Australia, Isole del Pacifico, Nuova Zelanda, Africa, Armenia, Iran, Georgia, Siria, Uzbekistan, Vietnam, Cambogia, Giappone, Cina, Mongolia, terra di libertà assoluta dove non c’è niente e tutto; Siberia, Birmania, Alaska dove le strade di ghiaccio si riformano ogni anno. Prossima tappa, a Pasqua, Samarcanda. Viaggiando si impara la lentezza del valore tempo, ma poi, nella quotidianità, bisogna imparare a gestire il tempo che non è mai abbastanza».
Da bambina che cosa sognava? E con quali aggettivi si definirebbe?
Sognavo di diventare imperatrice, da piccola. L’insegnante Iride Marfisi sul mio libretto di scuola elementare scrisse che ero una personalità orgogliosa e ambiziosa e che riuscivo bene nella lingua italiana con elaborati da lode».
Il suo rapporto col cibo? «Adoro la cucina semplice: pesce, verdure, frutta e pasticceria secca».
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