Diana e i video osè diffusi in rete Al via l’inchiesta della Procura

Il fascicolo al momento è senza indagati, si scava anche su chi frequentava la ragazza in quel periodo Potrebbe essere necessario un atto irripetibile sul cellulare da cui sono state carpite le immagini
PESCARA. Sarà ora la procura della Repubblica di Pescara a fare piena luce sullavicenda di Diana Di Meo, la pescarese di 22 anni, arbitro di calcio nel campionato di Promozione, vittima di revenge porn, cioè di “pornografia non consensuale”, per aver visto pubblicati sui social suoi video intimi, alcuni dei quali girati a sua insaputa.
Il fascicolo, spedito in Procura dalla polizia postale che per prima ha ricevuto la denuncia della ragazza, è stato affidato a uno dei magistrati che si occupa di codici rossi, con la supervisione dei vertici della procura che seguono con estrema attenzione questa vicenda rimbalzata ormai su tutte le reti televisive e sui giornali nazionali. Il fascicolo al momento è senza indagati ed è stato aperto con l'ipotesi da codice rosso: e cioè la violazione dell’articolo 612 ter, che punisce chiunque pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate. Un reato che prevede una pena fino a sei anni di reclusione, che può essere aumentato se a commettere i fatti sia stata una persona legata da relazione affettiva alla persona offesa.
Una questione dunque molto delicata, sulla quale hanno immediatamente iniziato a indagare i magistrati. Il codice rosso prevede che la parte offesa venga ascoltata nel giro di tre giorni dalla procura, ma in questo caso, agli atti è già presente la denuncia raccolta dalla polizia postale che ha ascoltato a lungo la ragazza. Comunque, a stretto giro, Diana Di Meo dovrebbe essere sentita in procura per approfondire alcuni aspetti della vicenda che devono essere ben chiari per procedere, eventualmente, contro il presunto responsabile. Il dato certo, al momento, è che i video incriminati erano custoditi nel telefono cellulare della vittima. Anche per questo sono necessarie approfondite indagini per valutare la competenza della procura. Se dovesse emergere il fatto che qualcuno è entrato abusivamente nel cellulare di Diana per “rubare” quelle riprese osè, scatterebbe il reato informatico, di competenza della distrettuale dell’Aquila. Diana, nonostante la gravità del fatto che l’ha esposta a un massacro mediatico (anche se in molti le hanno espresso solidarietà), ha comunque avuto molto coraggio a denunciare pubblicamente questa brutta storia. Ora la magistratura farà tutti i passaggi necessari per arrivare al responsabile, anche alla luce di alcune dichiarazioni fatte da Diana.
«La mia ipotesi», ha detto la 22enne nei giorni scorsi al Centro, «è che abbiano hackerato il mio telefonino. Sul perché non lo so, ma non escludo che qualcuno, per vendicarsi, possa avermi fatto questo». Ed è anche su questa ipotesi, di qualcuno a lei molto vicino nel periodo in cui sono stati girati quei video molto intimi, che sta lavorando la procura. E potrebbe essere necessario anche disporre un atto irripetibile sul cellulare per scoprire qualche passaggio utile a dare indicazioni sul possibile responsabile della diffusione di immagini private di Diana.

