Dieci imbarcazioni danneggiate dal vento «Paghi la Regione»

26 Marzo 2015

La marineria protesta dopo l’ultima mareggiata «Cavi tranciati e porto bloccato, serve un’assicurazione»

PESCARA. La forza del vento ha spazzato via persino i cavi in acciaio, utilizzati dai marinai per rinforzare gli ormeggi e tentare così di tenere le imbarcazioni salde alla banchina. Le ammaccature e i graffi sulle superfici in vetroresina si aggiungono alle ringhiere incrinate, ai perni e alle balaustre protettive finite a mollo. Secondo le prime stime, sono almeno una decina i pescherecci danneggiati dalla mareggiata della scorsa notte. La marineria, stremata da un porto che funziona a singhiozzo e dalle promesse disattese della politica, chiede di tornare a lavorare con una garanzia: «La Regione ci deve fornire un’assicurazione per coprire i danni alle nostre 70 barche», suggerisce Giovanni Verzulli, decano degli armatori, «se il porto chiude noi avremo solo perdite. Vogliamo essere messi in condizioni di uscire in mare, ma con i fondali ridotti a pochi centimetri rischiamo la vita ogni notte. E se rompiamo un’elica o il motore, nessuno ci risarcisce». Il dragaggio da 30mila metri cubi avviato nelle scorse settimane, per i pescatori rappresenta «un palliativo». Un’opinione condivisa dagli operatori commerciali e anche dal comandante della Direzione marittima Enrico Moretti, che in più occasioni ha ribadito la necessità di bandire operazioni di scavo a più ampio raggio. Ma al momento, al di là di qualche scarna rassicurazione verbale, nulla sembra muoversi tra i palazzi della politica.

«Stiamo ancora pagando le conseguenze della chiusura del porto della volta scorsa», sbotta Mario Camplone, proprietario della Nuova Zita, una delle barche danneggiate dalla furia del mare, «siamo tornati a mezzanotte e da allora stiamo combattendo contro le onde e il vento». L’imbarcazione, nella notte tra martedì e mercoledì, ha sbattuto più volte contro la banchina e ha urtato la vicina Lima Flo, di Paride Di Girolamo. Ieri, intorno alle 12, i motori delle due barche erano ancora accesi con un marinaio fisso al timone per evitare altri danni, mentre sul molo i cavi in acciaio distrutti formavano un mucchio. «Non era mai successo: sembra di stare in mare aperto», aggiunge Massimo Camplone. In base all’idea che si sono fatti i lupi di mare, la barriera protettiva realizzata nel maggio 2014 per frenare l’avanzata della sabbia da nord avrebbe deviato il corso delle correnti marine. «Hanno creato una muraglia e fatto un altro macello», sottolinea Verzulli, proprietario di Nonno Giovanni, «con quell’argine messo lì, il mare non ha più sfogo: le onde alte entrano nel porto e fanno oscillare le barche come se stessimo al largo. Eppure una soluzione c’è. Verso la punta nord della diga foranea ci sono 500 metri cubi di sabbia pulita che potrebbero essere tolti e utilizzati per il ripascimento. Ma invece nessuno fa nulla e ci costringono a lavorare in condizioni di pericolo». «Il comandante della Direzione marittima», prosegue l’armatore, «voleva chiudere il porto più di un mese fa, ma noi abbiamo protestato perché vogliamo continuare a lavorare. Ma per farlo ci serve un’assicurazione».

«Due anni fa», ricorda Guerino Testa, consigliere comunale Ncd ed ex commissario straordinario per il porto, accorso ieri mattina sul molo nord assieme a Massimo Pastore, «abbiamo acceso una polizza di 56 mila euro per coprire 50 barche ferme. Adesso i numeri sono aumentati: si è arrivati a 70 imbarcazioni per le quali ci vorrebbero almeno 100mila euro. Il sindaco deve avere il coraggio di mettere il porto tra le sue priorità».