Dieci minuti di inferno «Ci hanno lasciati soli»

Leo Sfamurri, alla guida di uno dei pulmini assaltati: ci poteva scappare il morto La polizia è arrivata quand’è finito tutto, si sapeva che era una partita a rischio
PESCARA. Un attacco di tipo militare, organizzato alla stregua degli assalti ai portavalori. Domenica sera sulla superstrada Brindisi-Lecce mancavano i kalashnikov, ma c’erano le bombe carta piene di chiodi e vetri, c’erano i mattoni, le spranghe e i fumogeni scagliati da un’ottantina di persone con i volti coperti da caschi integrali e passamontagna, contro i mezzi dei tifosi biancazzurri. Con una regia studiata a tavolino e scandita da tempi e ruoli per scatenare quello che poi è stato: il finimondo. Lo racconta Leo Sfamurri, titolare del ristorante “Chiodo fisso” e storico tifoso del Pescara che anche domenica ha seguito la squadra in trasferta. Su un pulmino da nove posti, con lui anche due donne e due bambini.
Sfamurri, com’è potuto accadere?
C’è stato un servizio d’ordine ridicolo. Si sapeva che era una partita a rischio e si sapeva che ci potevano essere disordini, in più con la partita in notturna. Hanno lasciato scoperto un tratto, lungo la superstrada Brindisi-Lecce, tra la tangenziale e l’ospedale, dove quelli del Lecce avevano già avuto dei precedenti simili con la tifoseria brindisina. Un tratto tra le campagne, al buio. Non si può far andare a una partita così a rischio 200 tifosi solo con due macchine partite da Pescara.
Com’è iniziata?
Abbiamo preso la tangenziale verso Lecce. Io ero alla guida di un pulmino da nove posti, dentro due donne e due bambini. Stavo guidando tranquillo, due posizioni dietro al pullman. Ho notato due macchine ferme in tangenziale, a un certo punto vediamo una di queste macchine che ci sorpassa e va davanti. E a quel punto il pullman inizia a frenare, a frenare sempre di più. Iniziamo a darci la voce, “occhio l’agguato”, per salvaguardare i bambini li ho mandati tutti dietro e proprio in quel momento hanno iniziato a lanciare le bombe carta con chiodi e vetri. Lanciavano mattoni, spranghe, le torce accese. Appena messi in sicurezza i bambini sono sceso.
Perché, non ha avuto paura?
Scendi per andare a difendere i tuoi compagni, gli amici pescaresi, i nostri colori, il nostro materiale. Loro volevano aprire il pullman per bruciare i nostri stendardi, questo volevano fare. E se resti dentro le prendi e basta. Invece non ci sono riusciti. Abbiamo risposto guardandoci le spalle l’un l’altro.
Quanti erano?
Secondo me 70-80 con i caschi integrali, carichi di tutto.
Quant’è durata?
Saranno stati dieci minuti. Dieci minuti di botte. A un certo punto con tutti i fumogeni non si capiva più niente.
Quando sono arrivate le forze dell’ordine?
Quando è finito tutto, dopo che abbiamo inseguito i leccesi e quelli sono scappati, forse perché avevano finito tutto. Allora è arrivata la polizia, dopo lo sparo, mentre noi eravamo rimasti in mezzo alla strada per soccorrere quelli che si erano fatti male. Io mi sono fatto due chilometri di corsa per far passare l’ambulanza. Invece si sono messi a identificare noi, a controllare i biglietti e a riprenderci uno per uno con la telecamera. Una gestione dell’ordine pubblico pessima. Ci hanno detto che erano pronti all’ingresso di Lecce. Ma che non si sa che in città non succede niente? È inutile presidiare lo stadio con 500mila agenti, con le telecamere anche nei tombini e lasciare scoperto il tratto che è già stato utilizzato dalla stessa tifoseria per altri assalti. Bastava mandare una o due camionette da mettere in mezzo alla nostra carovana, come si fa in queste trasferte, per prevenire o scongiurare l’attacco. Per fortuna alla fine è andata bene, bastava che una di quelle bombe carta finisse dentro un furgone e stavamo a piangere il morto. Ma è possibile che nessuno si sia reso conto che stava succedendo qualcosa? Dal punto di vista organizzativo era tutto pronto, c’erano le macchine ferme ad aspettarci, per farci rallentare, c’erano 80 persone nascoste in mezzo alle campagne: è possibile che nessuno si sia reso conto di niente? Bastava mettere qualcuno in più, anche una macchina con i lampeggianti a 20 chilometri della città. E invece ci hanno lasciato soli. È questa la cosa grave.
La prossima trasferta è domenica ad Ascoli. Ci andrà?
Siamo tutti pronti per la trasferta di Ascoli. Fieri e orgogliosi di essere pescaresi.

