Direttore indagato per il colpo da 300mila, il pm archivia E Poste insiste: va processato

A incastrare il funzionario furono delle fonti confidenziali di carabinieri e polizia Nel suo garage furono trovati 10mila euro con le fascette usate dai rapinatori
PESCARA. Per la rapina all'ufficio postale di via Monte Faito del 27 novembre 2020, che avrebbe fruttato circa 300 mila euro di bottino, resta ancora sospeso un fascicolo che attualmente vede indagati l’allora direttore di quella agenzia, D.T., e F. M., ritenuto uno dei banditi che avrebbero messo a segno il colpo. Una vicenda piuttosto ingarbugliata che la procura, attraverso il pm Andrea Papalia, dopo lunghe indagini ha deciso di archiviare per mancanza di prove, anche riguardo il possibile coinvolgimento del direttore quale basista.
Una richiesta di archiviazione che ha trovato, però, la netta opposizione di Poste Italiane che tramite il proprio avvocato, Giuseppe Zalanda, ha presentato una memoria affinché il gip decida per l’imputazione coatta dei due attuali indagati. Udienza che si è già tenuta, ma sulla quale resta sospesa la decisione del giudice.
L’inchiesta ebbe due fasi. Una prima indagine non portò all’identificazione dei responsabili, ma prima che venisse chiusa con un nulla di fatto, ecco arrivare due relazioni dei carabinieri di Chieti e della squadra mobile di Teramo, che indicavano, a seguito di segnalazione di una fonte confidenziale, nell’allora direttore il possibile basista e in F.M. l’autore della rapina insieme a due possibili complici (di cui si facevano i nomi). Si parlava anche di rapporti stretti tra il direttore e F.M. e di un possibile secondo colpo da realizzare. Vennero riaperte le indagini, messi sotto inchiesta i due attuali indagati per rapina aggravata e vennero eseguite delle perquisizioni nelle abitazioni.
E proprio nell'appartamento del direttore, anzi nel suo garage, vennero trovati 10 mila euro in contanti legati con le stesse fascette che i rapinatori usarono il giorno della rapina per legare il direttore e altri due impiegati presenti in quel momento. D.T. (che venne prontamente trasferito a disposizione nella sede centrale), difeso dall’avvocato Ernesto Torino Rodriguez, si è sempre dichiarato estraneo a tutto e avrebbe giustificato quella somma con la vendita di un locale. Banconote che, stando ad accertamenti della Banca d’Italia, sarebbero state messe in circolazione prima della rapina, ma senza avere altri elementi utili per la loro tracciabilità. La polizia rinvenne, dietro la scrivania del direttore in agenzia, 500 euro che lui stesso aveva segnalato come mancanti dalle casse della filiale: circostanza che non trovò riscontri nei successivi controlli ispettivi. Quindi venne ipotizzato, da Poste Italiane, che i soldi trovati a casa e quelli in ufficio potessero essere parte della refurtiva. Vennero analizzati anche i cellulari dei due indagati (il direttore ne aveva sei) dai quali emerse che i due si conoscevano, anche se D.T. ha sempre sostenuto che i rapporti erano finalizzati alle giocate che faceva nel Punto Snai gestito da F.M. Poste Italiane, peraltro, sottolinea, nella opposizione, che la rapina si verificò proprio il giorno in cui l’istituto di vigilanza consegnò all’agenzia di via Monte Faito 200 mila euro in contanti, «informazione, notoriamente confidenziale, che i rapinatori», scrive Poste Italiane, «evidentemente dovevano aver appreso da una fonte attendibile». E il legale di Poste sottolinea anche tempi e modi della rapina: «In particolare assume interesse la richiesta dei rapinatori, rivolta al direttore durante la rapina, di interrompere il collegamento elettrico per aprire il caveau in modalità manuale. Si tratta, infatti, di un’informazione di tipo tecnico nota a chi lavora quotidianamente con tali sistemi e di cui evidentemente i rapinatori erano ben a conoscenza». Ora tutto è nelle mani del gup Mariacarla Sacco che dovrà decidere se archiviare definitivamente o far disporre alla procura l'imputazione coatta per i due indagati.

