Discarica dei veleni, chiesti 2,5 miliardi

Le richieste di risarcimento di enti e comuni al processo in Assise: Bussi vuole 420 milioni. I legali bevono l’acqua in aula
CHIETI. «Bere l’acqua è un bisogno primario, ecco perché adesso mi verso un po’ d’acqua». Ha voluto sottolineare la «naturalità» del gesto l’avvocato Tommaso Navarra – legale del Wwf e di Legambiente – che ieri mattina, nell’aula del processo sulla discarica di Bussi in Corte di Assise a Chieti, si è versato un bicchiere di acqua e l’ha bevuto guardando i giudici togati e quelli popolari.
E’ ripreso ieri mattina il processo che ha portato alla sbarra 19 ex vertici e amministratori della Montedison accusati di disastro ambientale e di avvelenamento delle acque e, a prendere la parola, sono stati gli avvocati delle 27 parti civili tra cui enti e Comuni. C’è chi ha scelto di versarsi un bicchiere d’acqua e chi ha paragonato la discarica di Bussi a una pistola fumante puntata anche su Pescara: sono state queste alcune immagini usate dai legali per raccontare alla Corte che l’acqua è un bene primario e non può essere avvelenata e che il processo di Bussi, come hanno detto tanti, «deve trovare giustizia per il territorio e per la popolazione».
Le richieste danni più alte in Abruzzo. Accanto alle immagini dei tanti avvocati che ieri mattina hanno preso la parola sono, poi, sfilati i numeri, le richieste astronomiche di risarcimento per danni ambientali, d’immagine, morali o patrimoniali. Mai in nessuna aula in Abruzzo erano risuonate cifre così alte come quella dell’avvocato del Comune di Bussi Arcangelo Finocchi che per il territorio che da anni convive con la mega-discarica dei veleni ha chiesto 420 milioni di euro così divisi: 300 milioni per il danno ambientale, 100 milioni per il danno patrimoniale e 20 milioni per quello morale. Ogni avvocato ha spiegato perché quella discarica avrebbe danneggiato anche gli altri Comuni ed è stato così, ad esempio, nell’arringa di Franco Perolino che assiste il Comune di Pescara che ha evidenziato «il ruolo apicale rivestito da Pescara» anche per la sua vocazione turistica «con annessa perdita del suo prestigio» per chiedere quindi un risarcimento di 5 milioni di euro. Ma sono stati in tanti a parlare non solo di quel territorio «devastato» ma anche della «perdita di fiducia dei cittadini», «dell’allarme sociale» per avviarsi, quindi alle conclusioni: Lino Sciambra, legale dei Comuni di Castiglione e Alanno, ha chiesto circa 3 milioni di euro per il primo, Luca Torino-Rodriguez ha chiesto 100 milioni di euro per la Provincia di Pescara, Fabio De Massis per Tocco da Casauria ha chiesto 100 mila euro mentre le associazioni ambientaliste Italia Nostra e Marevivo rappresentate da Veronica Dini 200 mila euro così come Miladonnambiente difesa da Pierluigi Tosone, che ha parlato anche per Eco Istituto Abruzzo. Le tre società della Solvay, assistite da Luca Santa Maria, Dario Bolognesi e Alfio Valesecchi, si sono rimesse alla Corte chiedendo la condanna degli imputati così come gli altri avvocati.
I politici in aula. Per la seconda volta il presidente della Regione Luciano D’Alfonso ha voluto far sentire la vicinanza dell’amministrazione regionale al territorio partecipando all’udienza insieme, stavolta, a tanti sindaci dei Comuni che hanno invocato «una sentenza giusta». Complessivamente, le parti civili, unite all’avvocatura dello Stato che aveva parlato nella precedente udienza, hanno chiesto un risarcimento che arriva a due miliardi e mezzo di euro.
Tocca alla Montedison, gli imputati chiedono di parlare. Nella prossima udienza del 24 ottobre inizieranno a prendere la parola gli avvocati degli imputati ed è attesa la presenza dell’ex ministro della Giustizia Paola Severino che difende un imputato. Per sei venerdì parleranno gli avvocati della difesa mentre, ieri mattina, alcuni imputati hanno chiesto di poter rilasciare dichiarazioni spontanee che saranno rimandate alla fine delle arringhe. La sentenza è fissata al 12 o al 19 dicembre.
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