Dogali sotto accusa: in pensione, era il medico dei vip in ospedale

Chiusa l’inchiesta per peculato: indagati anche il primario di Medicina nucleare e due infermieri All’ex politico si rivolgevano imprenditori e professionisti, decisive le riprese filmate e fotografiche
PESCARA. Si chiude l'inchiesta sulla presunta attività medica abusiva che Vincenzo Dogali, noto professionista pescarese ed ex esponente politico, avrebbe svolto dentro l'ospedale civile di Pescara dopo il suo pensionamento risalente al 2015. Inchiesta che si chiude con tutte le accuse contestate dal pm Andrea Di Giovanni confermate e che riguardano due reati: l'esercizio abusivo della professione medica all'interno del reparto di medicina nucleare e quello di peculato, che sarebbero andati avanti dal 2018 fino all'aprile del 2019 e nell'ultimo periodo con una frequenza molto alta. Insieme a lui restano nel procedimento, con la sola accusa di concorso in peculato, anche il primario del reparto di Medicina nucleare dove si sarebbe recato molto spesso Dogali, Valerio De Francesco, e i due infermieri dello stesso reparto, Lorenzo Sagazio e Paola Zuccarini.
LE PERQUISIZIONI Alla fine dello scorso mese, il pm aveva disposto una serie di perquisizioni all'interno del reparto e nello studio privato del professionista pensionato che aveva lasciato la struttura pubblica quando era aiuto nel laboratorio di analisi dell'ospedale. Per l'accusa, le accuse sarebbero schiaccianti e suffragate anche da una intensa attività investigativa svolta negli ultimi 8 mesi prima della chiusura delle indagini: indagini che sarebbero corredate da relazioni di investigatori che seguirono l'indagato, da riprese filmate e fotografiche. Una telecamera era stata posta dagli inquirenti all'interno dello studio privato e una nella stanza che abitualmente Dogali usava in ospedale per continuare un'attività ritenuta abusiva dalla procura.
I FILMATI Riprese filmate che immortalano anche una serie di clienti vip (notissimi e importanti imprenditori e professionisti della Pescara bene) che, ignari di quella che all'epoca era la posizione dell'indagato nella struttura ospedaliera, si rivolgevano a Dogali per consigli, ma anche per eseguire esami diagnostici che secondo l'accusa il professionista non avrebbe mai potuto prescrivere, non perché fosse in pensione, ma in quanto privo della specifica specializzazione in patologia clinica.
IL CAMICE ADDOSSO Specializzazione che Dogali si sarebbe autocertificata, sempre secondo l'accusa, molti anni prima. E da quelle riprese filmate appare evidente l'attività di Dogali in ospedale, dove girava con tanto di camice bianco addosso. Ma la posizione forse più censurabile sarebbe quella del primario di medicina nucleare che avrebbe permesso che Dogali utilizzasse la struttura con relative apparecchiature e la dotazione di materiale riservato ai soli medici dell'ospedale.
L’INVITO A SMETTERE E questo nonostante che già da tempo questa situazione fosse nota all'interno dell'ospedale tanto che lo stesso Dogali era stato benevolmente invitato a smettere quella frequentazione che non era passata inosservata. E invece, stando all'accusa, De Francesco avrebbe anche firmato richieste di esami e prescrizioni che gli sottoponeva Dogali che, qualche volta, avrebbe messo lui stesso una sorta di firma su altre richieste che portavano soltanto il timbro di Di Francesco.
LA PORTA SECONDARIA Il ruolo degli altri due indagati sarebbe stato quello di omertosa collaborazione con Dogali: Sagazio era quello che, con il suo badge, permetteva all'indagato di entrare da una porta secondaria del reparto e poi lo avrebbe anche aiutato in diverse circostanze per portare richieste di esami al Cup e agevolare i "pazienti" di Dogali in questa incombenza.
Anche la Zuccarini avrebbe collaborato in tal senso, assistendo ai prelievi del sangue che Dogali eseguiva senza esserne autorizzato in quanto soltanto biologo e non medico. Non solo, ma nel computer dell'ospedale venivano anche registrate quelle richieste di esami diagnostici: inserite da qualcuno che non era consapevole di quello che faceva o gli chiedevano di fare, come avrebbe riferito in procura.
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