Domenico, a 81 anni cerca il padre disperso

13 Gennaio 2019

Di Paolo-Emilio non si rassegna: vuole sapere dov’è morto il genitore, partito per la Russia nel ’42

PESCARA. Era un bimbetto. Aveva solo quattro anni quando il papà, Antonio, lasciò Pescara per andare in Russia, in guerra. Era il 1942. Da allora non lo ha più visto ma non ha mai smesso di aspettarlo e di cercarlo. Domenico Di Paolo-Emilio ricorda bene il suo papà, anche grazie alle foto che conserva in casa. E lo descrive, sorridendo: lo rivede «mentre puliva gli animali e cantava una canzone, “Piemontesina”. Oppure quando mi accompagnava in corso Umberto con il carro mosso dai buoi». Nella sua mente Domenico Di Paolo-Emilio, che ha quasi 81 anni, ha ancora tutto nitido, nonostante siano passati 77 anni dal giorno in cui il padre Antonio andò al fronte. È rimasto immutato anche il ricordo del dolore, del senso di smarrimento, della forza che ha spinto la famiglia ad andare avanti nell’attesa che Antonio tornasse. Nonostante la dichiarazione di “disperso in combattimento”, il 13 gennaio 1943.
Oggi, a 110 anni dalla nascita di Antonio, sarà celebrata una santa messa in suffragio (alle 17.30) nella Basilica della Madonna dei Sette Dolori. Con Domenico ci saranno la moglie Maria, le sorelle Giovina e Maria, i cognati Gabriele e Gianfranco, e i figli Francesco e Antonella. L’iniziativa ha il supporto del comitato provinciale dell’Associazione nazionale famiglie caduti e dispersi in guerra, guidato da Peppino Di Giannantonio, che è sempre «vicino ai soci e ha un collegamento diretto con ciascuno di loro», dice il presidente ricordando che questa realtà è nata nel 1917 e riunisce le vedove e gli orfani di guerra. «All’epoca non c’erano gli stessi strumenti di oggi per comunicare e i parroci facevano da collegamento con i cappellani militari. Oggi, invece, vogliamo mantenere viva la memoria», aggiunge Di Giannantonio.
Forse questa messa è «l’ultima cosa che farò, perché ho una certa età», dice Di Paolo-Emilio. Ma non sembra molto convinto. «Senza padre non è stato facile. È andato via due giorni dopo la nascita di mia sorella. Ricordo le nostre fughe durante i bombardamenti, mano nella mano. Non avevamo niente, eravamo “meno di poveri” e per questo mi sono sempre sentito ignorato. Anche se la campagna ci dava da mangiare non abbiamo mai visto una lira. Mia madre Francesca non si è voluta risposare e stavamo da mio nonno».
Crescendo, Domenico si è sposato e ha avviato con il cugino Erminio un’impresa affermata, la “Dominio ricambi” di via del Circuito, poi è diventato nonno di Clizia, Lorenzo, Chiara e Valentina. Tante gioie, ma anche un pallino nella mente: sapere qualcosa del padre. «Dal ’90 in poi, ha fatto di tutto per individuare i resti e avere notizie precise su mio padre», le cui ultime tracce risalgono al 1942, quando mandò due cartoline da Milano, «a me e a mia madre, e una da Millerovo al fratello Emilio. Ho visitato decine di sacrari, anche in Germania, Austria, Polonia e la sede dell’Unione nazionale italiana reduci in Russia. Anche mia madre lo ha sempre cercato: è morta con la convinzione che non fosse morto e diceva a tutti che era disperso. Vorrei conoscere il paese dove è morto per andarci, se le forze me lo consentiranno. La speranza si è riaccesa conoscendo un giornalista di Pavia, un alpino, Antonio Respighi, con la moglie, che è riuscito a farsi consegnare da un anziano russo un centinaio di piastrine di soldati, altrimenti destinate a diventare souvenir per turisti. Grazie a questo giornalista molte famiglie hanno riavuto le piastrine e diverse centinaia di cassette sono state anche recuperate. Chissà, forse i resti di mio padre sono lì» conclude. Domenico non si rassegna. Il suo «istinto» gli ha sempre detto di non fermarsi.
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