Don Camillo Ruini, il cardinale che non scendeva a patti

Condizionò il papato, rifondò la Chiesa dopo la Dc, fu amico di Silvio Berlusconi. L’editoriale di Giuliano Guida Bardi
ROMA. Camillo Ruini, emiliano di Sassuolo, scelse la tonaca quando il padre lo avrebbe voluto medico: vocazione prima che carriera. Studiò a Roma – licenza in filosofia e teologia alla Gregoriana, formazione al Collegio Capranica – e per quasi trent’anni tenne la cattedra di filosofia e teologia dogmatica, forgiando il clero emiliano. Prete nel 1954, vescovo ausiliare di Reggio Emilia-Guastalla dal 1983. Poi conquistò Giovanni Paolo II che lo volle Segretario generale della Cei nel 1986, e presidente, dal 1991. Anni difficili: a un soffio dal crollo della Prima Repubblica, e fino al 2007, a traghettamento compiuto. Prese una Conferenza episcopale povera e la lasciò ricchissima. L’arnese si chiamava otto per mille: concepito con la revisione del Concordato del 1984, operativo dal 1990, a soppiantare la vecchia «congrua». Negli anni di Ruini quel rivolo diventò fiume: dai poco meno di quattrocento milioni dei primi anni Novanta fino a superare il miliardo. Senza soldi, si sa, non si cantano messe.
Lo chiamavano “il porporato di destra”, ma l’unico partito in cui sempre militò conta più di duemila anni. È il vecchio equivoco che attraversa il giornalismo italiano come una malattia sottopelle: che tutto debba essere o di destra o di sinistra, progressista o conservatore, fascista o comunista. Pensiero che da perverso si fa perversissimo quando lo si incolla alla Chiesa, per forza accomodata in un emiciclo, a esibire una tessera. Un fraintendimento antico e torbido. Dal non expedit di Pio IX al ralliement di Leone XIII, da Canossa al Concordato, la Chiesa di Roma ha sempre saputo di non essere ala, ma asse. Non a destra non a sinistra, ma altrove.
Pur portando il nome guareschiano di don Camillo, fu uno statista a tutto tondo, nella migliore tradizione che porta i sigilli di Mazzarino e di Consalvi, di Rampolla e di Gasparri. Di Ruini, di cui oggi alle 16.30 Leone XIV celebrerà le esequie all’Altare della Cattedra di San Pietro, i detrattori dissero, con malevolenza, ma con precisione, «è il Richelieu di Reggio Emilia».
Eminenza grigia lo fu davvero. Guidò la Chiesa italiana condizionando di fatto i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Ma la sua influenza non si fermò con i “raggiunti limiti di età”: anche da giubilato condizionò con scritti e dichiarazioni lo stesso Bergoglio, guardato con freddezza: Don Camillo rimproverava a Francesco di non considerare la secolare tradizione della Chiesa. Un’eminenza inflessibile, sempre: cosa che, per chi conosce il Vaticano, non è un difetto. È il mestiere. La pietra su cui si edifica non è fatta per piegarsi, è fatta per reggere. E Ruini resse.
Diciassette anni da vicario di Roma, con cinquantasette chiese tirate su in una capitale che ne era a digiuno. Il referendum del 2005 sulla fecondazione assistita affossato non con la crociata, ma con l’astensione: il suo capolavoro freddo, il quorum mancato, la legge 40 blindata. Il Family Day del 2007 a sbarrare la strada ai Dico. E poi il fronte che gli costò più insulti e gli rese più onore: il fine vita, il no ai funerali religiosi di Welby, la parola “omicidio” sul caso Englaro mentre l’Italia intera invocava la pietà come scorciatoia. Non benedisse mai il sentimentalismo: era il suo non possumus, opposto con identica fermezza ai potenti e all’opinione pubblica, il più capriccioso dei sovrani. Una formula, i “valori non negoziabili”, e cinque parole a chi lo accusava d’ingerenza: meglio criticati che irrilevanti. Aveva ragione. Quando la Dc franò sotto le inchieste e i cattolici si ritrovarono senza casa, lui rifiutò di trasformare lo smarrimento in silenzio: inventò il «progetto culturale», ridiede ai vescovi una lingua e la pretesa di parlare. Una Chiesa che piace a tutti non serve a nessuno; una Chiesa che si fa benedire dallo spirito del tempo, poi, dal tempo viene seppellita.
Nasce da questo il suo rapporto speciale con Silvio Berlusconi: fu Ruini a sostenere il Cavaliere, nel suo avvento e nella sua azione di governo. Quando nel 1994 Oscar Luigi Scalfaro – «un grande amico», dirà poi il cardinale, con quel filo di malinconia che hanno i tradimenti tra galantuomini – chiese alla Chiesa una mano per far cadere quel primo, traballante esecutivo, la risposta del vicario di Roma fu NO. Non mosse un dito contro Arcore. E sul Cavaliere fu di un’asciuttezza notarile: non ebbe «in alcun modo fini eversivi», non fu un pericolo per la Repubblica, era semmai un credente che «ad Arcore aveva una cappella dove faceva dire messa». Persino i talenti del peccatore il porporato li contemplava con benevolenza: Berlusconi, dirà, «aveva sicuramente delle doti di carisma, possiamo ben perdonargli qualche peccatuccio». Del resto fu il Cavaliere a cercarlo per primo: nessun democristiano lo aveva mai fatto.
Ma chi in tutto questo legge “destra” non ha capito granché, né di Ruini né di Roma. Il sostegno non fu fede politica: fu calcolo teologico. Berlusconi era l’argine contro l’eredità del vecchio Pci in un Paese rimasto orfano dei democristiani; era l’interlocutore che non rinnegava la scuola cattolica, la sussidiarietà, la famiglia, il no alle nozze omosessuali. Marciarono in parallelo, mai a braccetto: «ruinismo» e «berlusconismo», due cantieri per ricucire un’identità nazionale sfilacciata dal crollo dei partiti, nati da premesse opposte e incrociatisi per un tratto di strada. Non fu connivenza, non fu sudditanza, non fu cortigianeria: fu strategia, fu dottrina, fu gelida convenienza. La prova del nove? Quando l’alleato diventava ingombrante – la Bossi-Fini, il linciaggio del direttore di Avvenire Boffo nel 2009 – la stessa mano che lo aveva protetto sapeva chiudersi a pugno. Ruini non fu il cappellano del Cavaliere. Fu, casomai, il suo confessore severo: assolveva la politica utile, mai i peccati.
E non risparmiò i suoi. Romano Prodi, che Ruini aveva sposato con Flavia Franzoni nel ’69, si ritrovò avversario: quando nel 2005 il cardinale schierò la Chiesa per l’astensione, l’allora leader dell’Ulivo si ribellò da «cattolico adulto», rivendicando di andare a votare. «Non sei maturo», gli disse Ruini. Adulti contro intransigenti: la frattura che ancora attraversa il cattolicesimo italiano.
Restò inflessibile fino alla fine, anche nei giudizi. Di Francesco confessò: «Con Papa Francesco mi sono trovato in difficoltà». Dell’elezione di Robert Prevost, invece, ebbe gioia vera: «La mia impressione è ottima», disse del nuovo Leone XIV, e volle esserci, in sedia a rotelle, all’incontro del Papa con i cardinali, tornandone fiducioso che qualcuno sapesse ricucire le divisioni.
Dalla scorsa Pasqua aveva capito che il suo tempo terreno era finito, e ne parlava sereno, come di un appuntamento: «Perché dovrei mangiare? Io sono morto». Lo diceva da vivo, con la lucidità di chi tratta soltanto ciò che è negoziabile. La morte, come la fede, non lo era. Oggi a San Pietro non si congeda un uomo di destra: si saluta un uomo di Roma, dell’unica parte che non siede in nessun parlamento, ma dura da duemila anni.
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