Don Valentino, parroco di periferia con fan-club
Gli aperitivi cenati in chiesa per i giovani, i corsi per coppie in crisi e divorziati, i gruppi di preghiera nelle case: nella chiesa di San Donato fedeli da tutta la città
PESCARA. Si è inventato gli aperitivi cenati in parrocchia per i giovani, le messe all’aperto nel quartiere a maggio, la scuola di calcio per i bambini, la chiesa sempre aperta e i gruppi di preghiera (le cellule di evangelizzazione) con più di duecento persone che si riuniscono settimanalmente in oltre trenta case sparse per la città. E ancora i percorsi per le coppie in crisi, la benedizione per i divorziati e i separati, le recite dei bambini dopo il Vangelo della domenica e la predica con oggetti capaci di lasciare un segno nelle memorie e nelle coscienze dei tanti che vanno ad ascoltarlo. Perchè per la messa di don Valentino Iezzi nella parrocchia di San Gabriele dell’Addolorata, nel cuore di San Donato, arrivano ogni domenica (alle 10,30 e alle 19) centinaia di persone pronte a lasciare quartieri ben più blasonati per ascoltare le parole di questo prete di periferia, 50 anni di Montesilvano, che predica in mezzo alle case popolari. E per il quale è stato perfino aperto un fan-club su Facebook.
Don Valentino che effetto fa?
Il fan-club? Nessun effetto. Mai aperto e mai utilizzato.
Però è la prova di un successo enorme. Come mai?
Io spiego il vangelo cercando di attualizzarlo, anche con il tipo di celebrazione: proiettiamo i testi dei canti con le slide per far cantare tutti, ci sono persone che introducono il vangelo con fatti di vita propria, i bambini del catechismo con una piccola recita sul tema del giorno prima della predica. E nella predica stessa parlo utilizzando oggetti e immagini.
In che modo?
Domenica scorsa, ad esempio ho tirato fuori un cucchiaino da dolce per dire che le cose più belle nella vita devono ancora arrivare. Perché quello che rimane nelle persone non è quello che dici, ma l’immagine di quello che hai detto.
È stato educatore al seminario regionale, vice parroco a San Luigi, parroco nella chiesa di Gesù Bambino a Zanni per cinque anni, e da otto è a San Donato. Che cos’hanno le periferie in più o in meno rispetto ai quartieri più centrali?
La periferia fa parte della città, non ci sono differenze, e se scopre di saper fare delle cose riesce a integrarsi bene, la periferia. Sicuramente però offre un lavoro pastorale, di promozione umana, diverso. Perché c’è tanto disagio, a San Donato più che a Zanni.
Che tipo di disagio?
Problemi di relazione familiare, separazioni, precarietà economica che con la crisi è aumentata. Tante coppie giovani sono tornate nelle case popolari dai genitori.
E la parrocchia che fa?
Aiuta, materialmente per quello che può, ma anche da un punto di vista dell’inserimento. La scuola calcio è nata per questo. Lo sport è importante, perché aiuta i ragazzi a stare insieme e li inserisce nella parrocchia. Ma abbiamo anche il doposcuola per medie e superiori e tante attività di evangelizzazione come, ad esempio gli “Youth happy dinner”, gli aperitivi cenati per i giovani dai 18 ai 35 anni. Ogni settimana sono almeno una sessantina che partecipano.
Vengono anche le coppie.
Coppie non solo sposate, ma anche conviventi, che seguono percorsi mensili. Poi ci sono i “Marriage course”, otto cene a casa di coppie preparate che invitano le persone in crisi per parlare di ascolto, comunicazione, perdono.
Ma quand’è che una coppia entra in crisi?
Quando cresce la non comprensione. Può dipendere dal carattere, dalla situazione economica, dalle scelte lavorative. Dall’abitudinarietà. E poi ti trovi all’improvviso che ti piace un altro.
Come ci si fa a salvare?
Lo devono volere entrambi.
E chi non ce la fa?
Lavoriamo con i separati, i divorziati e i riaccompagnati, con percorsi di 3 anni per guarire le ferite della separazione.
La comunione gliela dà?
La comunione no, ma la benedizione sì, ho chiesto il permesso al vescovo. Ma il problema non è la comunione, è il rapporto con Gesù.
I rom, gli ex detenuti, i figli dei detenuti: com’è il rapporto con la parrocchia?
Aiutiamo tanti ragazzetti che hanno il papà in carcere ma non pesa assolutamente nel loro inserimento. I rom hanno molto rispetto della Chiesa, ma come tutti nel quartiere. Merito di chi mi ha preceduto, don Italo Febo e don Gustavo Britti. La chiesa qui è l’unica istituzione che funziona. Ed è frequentata anche da molti ex detenuti.
Mai avuto dispetti?
Qualche furto, ma quando la chiesa era chiusa. Adesso la tengo sempre aperta, dalle 8 alle 20. Nella cappellina c’è l’esposizione del Santissimo e 230 persone si sono prese l’impegno fisso di venire a fare un’ora di adorazione. La preghiera è il miglior antifurto.
Come si impara a pregare?
È come quando vuoi diventare amico di qualcuno: parlandoci un po’ alla volta, le parole vengono da sole.
Quando ha deciso di diventare prete?
A 19 anni, finite le superiori.
Come ha riconosciuto la chiamata?
È come quando ti innamori di una persona. È un desiderio che hai dentro, va via a tratti e poi capisci che è quello.
Qualche ripensamento?
C’è stato e ci deve essere. Ti stai giocando la vita, e serve un percorso che ti fa fare lo scatto.
Chi dice non vengo a messa, tanto prego lo stesso?
Non è la stessa cosa. Quando preghi per conto proprio dici le cose e ti rispondi. Se vai a messa permetti al Signore di dire quello che pensa Lui.
Il suo santo preferito?
San Giovanni Bosco, un grande educatore di giovani.
Come si fa a diventarlo?
Bisogna starci insieme, ascoltarli, proporre esperienze spirituali serie. I giovani cercano proposte forti sulla vita. E poi bisogna capire che cosa li aiuta a stare bene, come i momenti ludici, lo sport.
La sua gioventù?
Ho fatto l’Acerbo, studiavo e giocavo a pallavolo con il Montesilvano in serie B.
Che cosa cambierebbe nella Chiesa?
Niente. Dobbiamo solo capire dove stanno le persone e andare da loro.
Una soddisfazione?
Stiamo sensibilizzando altre parrocchie dell’Abruzzo e del Molise a rinnovare il modo di lavorare con la gente.
Quali sono i desideri delle persone, oggi?
Quelli di sempre: essere amate ed essere felici, stati che poi cerchiamo in tante situazioni che poi non ci ridanno.
Siamo quasi a Natale. Un libro da leggere o da regalare.
I libri di Anselm Grun, un monaco benedettino che scrive libri di taglio psicologico e spirituale.
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