Droni e virus informatici «La guerra oggi si fa così»

Chieti, il professor Teti, esperto di cyber security, svela le armi usate dalla Russia «Robot intelligenti che sganciano bombe e attacchi mirati ai siti governativi»
CHIETI. Non è una guerra come le altre, Il campo di battaglia e le armi da combattimento sono radicalmente cambiati in pochissimi anni.
Tra droni killer, virus informatici e i fari dei social network puntati costantemente addosso, in Ucraina si combatte un conflitto futuristico. Lo spiega il professor Antonio Teti, responsabile dei sistemi informativi e innovazione tecnologica dell'Università "D'Annunzio”, esperto di cyber intelligence e cyber secutity e autore di numerose pubblicazioni, tra cui “Spycraft revolution”, che affronta i rischi legati agli attacchi informatici.
Professor Teti, cos’ha di diverso la guerra in Ucraina rispetto ai conflitti tradizionali?
«Ci sono almeno due grosse novità: la nuova generazione di droni Uav (Unmanned Aerial Vehicle) impiegata dai russi, cioè velivoli multiruolo sofisticatissimi e senza pilota. Contrariamente ai droni canonici, questi sono muniti di un sistema di intelligenza artificiale. Sono robot “pensanti”: possono condurre la missione, identificare il percorso migliore per raggiungere l’obiettivo, verificare se ci sono difese o truppe nelle zone limitrofe dell’obiettivo e aggirarle.
L’altra novità sono i virus informatici, i cosiddetti “malware”. Tra questi, c’è “Hermetic Wiper”, utilizzato dai russi per distruggere i dati contenuti nei sistemi informativi del governo ucraino da almeno due settimane. La nuova frontiera dello sforzo bellico consiste proprio nel paralizzare i sistemi informatici, ottenendo risultati importanti senza impiegare uomini sul campo».
Il fatto che queste armi siano diventate super sofisticate può limitare le perdite civili?
«Sì, perché il livello di precisione è notevole.
I nuovi droni possono effettuare una missione di attacco con un livello di precisione estrema. Parliamo di operazioni chirurgiche che certamente consentono la limitazione delle perdite umane come danni collaterali».
L’uso generalizzato dei malware e degli attacchi informatici può avere un impatto anche sui nostri dispositivi e sui nostri dati, visto che la rete informatica è collegata in tutto il mondo?
«La cyberwar, la guerra ciberentica, si combatte quotidianamente. Ogni giorno vengono attaccati sistemi informatici di aziende e siti. Le motivazioni degli attacchi possono essere diverse, così come i mandanti e gli esecutori.
Detto ciò, è vero che gli attacchi all’interno della rete vengono effettuati attraverso percorsi di rete mondiali, non legati a contesti geografici. Ad esempio, posso fare un attacco informatico all’Ucraina partendo dall’Italia o dalla Francia perché nella rete i confini geografici non esistono. Ma l’importante è l’obiettivo da colpire, non tanto il percorso. Basta identificare l’indirizzo del server da colpire e l’attacco può essere messo in piedi in maniera mirata. Gli attacchi hacker sono molto precisi anche se non hanno una delimitazione geografica.
Molto diverso è invece il discorso che riguarda i social network: sono straordinari strumenti di persuasione a livello psicologico e mondiale.
Basta un post su un social oppure il video di un influencer per creare un danno anche a livello politico e aziendale. È questo il vero potere incontrollabile delle informazioni».
Ci troviamo di fronte alla prima guerra di questa portata raccontata massicciamente attraverso i social network. Cosa comporta questo flusso di informazioni continuo sui nostri dispositivi?
«In realtà sono piuttosto scettico su questo: purtroppo la popolazione si sente colpita solo quando è in pericolo la propria vita. Ciò che fa davvero indignare è l’aumento della benzina, dei prodotti energetici, della pasta o del pane. Molto meno le vittime che si vedono durante i conflitti a livello mondiale e i social possono influire poco su questo. In più, è vero che sono strumenti utilissimi per diffondere l’informazione, ma la marea di video e foto che ci arriva dai luoghi di guerra va compresa e non deve essere ingurgitata. Bisogna analizzare fonti diverse e non basarci su informazioni veicolate dall’onda dell’emotività.
Grazie ai social, però, possiamo comprendere come lo scenario dei campi di battaglia si sia modificato completamente. Pensate al mestiere del pilota, che oggi tende a scomparire a vantaggio dei droni. Questo aspetto ha anche una seconda ricaduta: mentre prima la distruzione di un aereo, e la morte di un pilota, provocavano una reazione politica ed emotiva di grande portata; oggi un drone fa gli stessi danni di un aereo ma se viene distrutto non provoca perplessità nell’opinione pubblica». (d.b.)

