E il blocco ferma Stellantis ad Atessa. Persi 840 furgoni al giorno

22 Ottobre 2026

I sindacati lanciano l’allarme e chiedono risposte. Si contano sette turni di stop. Scatta la cassa integrazione: «Ora è necessario l’intervento di Palazzo Chigi»

ATESSA

Il blocco dei tir spegne le linee del più grande stabilimento d'Europa per i veicoli commerciali leggeri e tutto il suo indotto torna in affanno. È il dramma nel dramma, dove i costi della crisi si abbattono su chi il lavoro lo perde e anche su chi il lavoro ce l'ha. Da lunedì Stellantis Europe Atessa fa i conti con la mancanza di materiale. Prima lo sciopero di Baomarc, plant dei profilati in acciaio che è però a poche centinaia di metri dal colosso dei furgoni. Poi il resto delle forniture a singhiozzo, fino ai motori, provenienti da Pratola Serra, provincia di Avellino. E da oggi, con il fermo produttivo del primo turno e centrale, scatta la cassa integrazione, un incubo che si pensava archiviato all'estate 2026. Stellantis conta già sette turni di stop, con una perdita stimata di circa 840 furgoni al giorno.

«Siamo l'unico stabilimento che il lavoro ce l'ha e siamo fermi: è davvero un paradosso», denuncia Nicola Manzi, Uilm. «Se per la Sevel non arriveranno i componenti, a partire dai motori, è chiaro che la produzione è ferma, i recuperi finiranno e si dovrà passare sempre di più alla cassa integrazione guadagni», avverte Manzi. Il blocco, aggiunge, rischia di coinvolgere l’intero tessuto produttivo regionale: «Gli scaffali cominciano a essere vuoti e, se continua così, i rifornimenti di qualsiasi genere, anche di benzina, saranno un problema. Il governo intervenga ed eviti questo scempio economico». «Il caro vita è ormai insostenibile», interviene Amedeo Nanni, Fim «famiglie e lavoratori faticano ad andare avanti, mentre i trasportatori portano avanti una battaglia legittima che sta causando forti disagi anche alle aziende del nostro territorio». Le carenze riguardano motori, componenti, particolari per la lastratura e, secondo le informazioni sindacali, stanno interessando diversi siti produttivi italiani. «A pagare il prezzo più alto rischiano di essere ancora una volta i lavoratori, con una serie di giornate perse e aziende già in difficoltà», osserva Nanni. «Condannare la violenza è un dovere, ma lo è altrettanto affrontare i problemi concreti delle persone. Il Paese ha bisogno di risposte concrete, non soltanto di polemiche».

La Fiom punta il dito sulla gestione dell’emergenza. «Le criticità legate agli scioperi degli autotrasportatori erano note da giorni» fa notare Alfredo Fegatelli. «Per questo riteniamo che l’azienda non possa sottrarsi alle proprie responsabilità. A pagare il prezzo più alto di questa situazione rischiano di essere, ancora una volta, i lavoratori, che potrebbero essere chiamati a recuperare i turni persi. Una prospettiva che non può essere affrontata senza considerare le difficoltà e i disagi già subiti. Pensiamo, ad esempio, a tutti quei lavoratori che hanno sottoscritto un abbonamento settimanale per raggiungere il posto di lavoro e che, a causa delle fermate produttive, hanno subito un danno economico concreto. In un momento in cui il costo della vita pesa sempre di più sui bilanci familiari, anche una spesa apparentemente contenuta come quella di un abbonamento rappresenta un onere che non può essere ignorato. Infine», conclude il segretario di Fiom Abruzzo. «È bene ricordare che le conseguenze di questa situazione non riguardano soltanto la ex Sevel, ma coinvolgono l’intero tessuto produttivo dell’indotto, con possibili ripercussioni su numerose aziende e su tanti altri lavoratori. È necessario affrontare il problema con responsabilità e tempestività, evitando che le conseguenze di una situazione prevedibile ricadano, ancora una volta, esclusivamente sui lavoratori e sulle famiglie».

Dalla Fismic Confsal, il segretario territoriale Gianluca Gagliardi descrive uno scenario «estremamente drammatico e in continua evoluzione, che rischia di dare un colpo durissimo allo stabilimento e a tutto l’indotto». Il timore è che il blocco prosegua oltre la settimana, imponendo nuove interruzioni. «Non possiamo permettere che le legittime tensioni sociali sul caro vita si scarichino interamente sulle spalle dei dipendenti di Atessa, già provati da anni di sacrifici». La Fismic chiede a Stellantis e alle istituzioni un monitoraggio costante e misure immediate per tutelare salari e occupazione. Con i camion fermi e i motori che non arrivano, la produzione resta ostaggio della protesta. E mentre la cassa integrazione apre una nuova fase, il rischio è che l’emergenza logistica si trasformi in una crisi economica per l’intero territorio.