Ecco il diario da Dachau: sopravvissuto all’orrore, l’unica libertà era morire

A “Storie” la testimonianza di Parete, finanziere di Abbateggio Affidò a un manoscritto il racconto degli anni nel campo di sterminio
PESCARA. Il patto della verità, Ermando Parete e gli amici del campo di concentramento di Dachau lo strinsero prima che, il 29 aprile del 1945, arrivasse il cardinale Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. Si fecero la promessa di raccontare a quante più persone possibili l’orrore nazista patito sulla propria pelle per evitare che potesse accadere ancora. Il dovere della memoria, una ragione di vita per il finanziere originario di Abbateggio, è al centro della puntata di “Storie - Le Emozioni della Vita”, il programma di Rete 8 in collaborazione con il quotidiano il Centro che va in onda questa sera alle ore 21 per la regia di Antonio D’Ottavio. Una trasmissione dedicata all’ultimo testimone abruzzese di Dachau in vista della Giornata della Memoria in programma venerdì per ricordare la Shoah: «Io ho lasciato Dachau ma Dachau non ha lasciato me», le sue parole ricorrenti. Parete è scomparso il 25 gennaio del 2016 all’età di 93 anni e, fino all’ultimo, ha affidato i suoi ricordi ai ragazzi delle scuole. La puntata contiene la testimonianza video e, in esclusiva, il diario scritto proprio da Parete, tra cuore e razionalità: a leggere i passi di quel documento è l’attore Milo Vallone. Tra i contributi anche un’intervista al figlio del sopravvissuto, Donato Parete, fondatore del Premio Parete.
DIARIO DA DACHAU La storia di Parete iniziò l’11 maggio del 1942 quando si arruolò nella guardia di finanza, poi assegnato alla scuola alpini di Predazzo; passati sei mesi di addestramento, si ritrovò soldato a combattere in Jugoslavia. Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, gli italiani divennero i traditori e Parete, dopo mesi mischiato ai partigiani, finì nelle mani dei tedeschi a Cimadolmo e poi deportato a Dachau. Questo è il racconto del suo diario, consegnato alla giornalista del Centro Cinzia Cordesco durante l’ultima intervista: «Varcato il primo cancello, fui spogliato di ogni cosa, documenti personali e di tutti gli indumenti. Nudo, passai per la registrazione di entrata che consisteva nell’assegnazione di un numero. Il mio fu 142.192. Era il mio nuovo nome e cognome: uomo numero 142.192. Rasatura di una striscia di capelli in mezzo alla testa, poi», racconta Parete, «mi furono dati un paio di rozzi zoccoli e un vestito a strisce zebrate con la sigla di nazionalità dentro un triangolo rosso e la scritta “IT”, Italia. La sigla della nazionalità era molto importante per distinguere gli internati contro cui la rappresaglia degli aguzzini sarebbe stata più violenta». All’ingresso del campo, il motto “Il lavoro rende liberi”: «In quell’orrore eravamo liberi solo di morire».
LAVORI FORZATI Anni di soprusi e lavori forzati, a trascinare carri lungo la ferrovia cercando di rinviare la morte a un altro giorno: «Nessuno si asciugava il sudore della fronte, pochi si pulivano il naso, bisognava stringere i denti e tirare, tremavamo dalla fame, dal freddo e dalla stanchezza ma bisognava resistere per il rinvio della morte al domani. Nessuno poteva parlare e per molti di noi la resistenza, fisica e morale, era allo stremo: tanti, con un gesto qualsiasi, si facevano uccidere per porre fine a queste disumane e insopportabili, feroci e atroci torture. E così il carro diventava sempre più pesante a causa del carico dei morti».
UOMO CAVIA Parete, non ancora 21enne, fece anche da cavia agli esperimenti scientifici dei nazisti per testare la resistenza del corpo umano: «Alcuni prigionieri venivano congelati con ghiaccio secco, io fui immerso per lungo tempo nell’acqua ghiacciata e altri ancora venivano lasciati completamente nudi all’aperto. Dopodiché veniva misurata la temperatura fino al ritorno alla normalità, mentre io venni di nuovo immerso nell’acqua bollente e fu assalito da strazianti dolori, insopportabili. Avrei preferito la morte mentre venivo osservato dopo quegli esperimenti come una cavia dal gruppo dei medici assassini. Mi trovai in seria difficoltà a muovere le mani e le gambe, gli arti erano completamente paralizzati».
ULTIMO GIORNO Ogni giorno, lo stesso pensiero: «Ho vissuto ogni giorno come fosse l’ultimo; all’alba una domanda: resterò vivo fino a sera? Quando mi fucileranno morirò gridando viva l’Italia».
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