Ecco l’affare dello spaccio, i viaggi da 50mila euro

10 Aprile 2021

Il commercio di cocaina, eroina e marijuana da Bari, Lucera e Foggia in città Pescara crocevia per il mercato: ecco le intercettazioni di grossisti e corrieri

PESCARA. Viaggi d’affari da Bari, Lucera e Foggia fino a Pescara per piazzare carichi di cocaina, eroina e marjiuana. «Tre caffè», cioè tre chili di droga. «Si può fare?». Il commercio non si ferma mai e una soluzione si può sempre trovare: «Si fa, come no». L’importante è fare soldi. Sono le intercettazioni telefoniche a confermare la mappa del traffico di droga tra Puglia e Abruzzo: una linea che attraversa Pescara, crocevia del commercio tenuto in mano dai clan del Gargano e dalle bande di albanesi, tutti pronti a collaborare e a non pestarsi i piedi. Una cartina che si ramifica fino ai paesi «vicino Pescara» e ai contatti con Napoli. Le sentenze della Cassazione raccontano della compravendita di droga elevata ad «attività lavorativa» e portata avanti con «rilevante professionalità» tanto da fruttare guadagni da 50mila euro a viaggio. Soldi reinvestiti poi, così dice l’accusa, in case, negozi e auto. Anche a Pescara, un puntino rosso su quella mappa: «Andiamo a prendere un po’ di pesce», è una delle frasi in gergo.
LUCERA-SAN DONATO Passando in rassegna la posizione di un 53enne, originario della Puglia ma stabilitosi nel quartiere San Donato di Pescara, gli atti della squadra mobile e della finanza di Foggia assicurano che «anche dopo il trasferimento a Pescara ha proseguito le attività illecite». Per questo, nel 2019, il pugliese, considerato un personaggio di spicco, è finito agli arresti con altre 23 persone. Ora, anche la Cassazione lo accusa di «durevole messa a disposizione di luoghi per lo stoccaggio dello stupefacente e per incontri di affari»; di «partecipazione a diverse operazioni di approvvigionamento e di consegna di stupefacente di diverse tipologie, peraltro in quantità rilevanti»; di essere anche «finanziatore per l’acquisto di grossi quantitativi di droga da clan operanti nella provincia di Napoli».
EX POLIZIOTTO DA FOGGIA Ma è un lavoro pericoloso. Anche per un ex poliziotto, 68enne di Foggia, condannato alla pena di 8 anni: su un’auto imbottita «con un massiccio quantitativo di droga» è stato fermato dalla guardia di finanza «nei pressi di Pescara» ma grazie al tesserino da sovrintendente ha evitato quel controllo che, «se effettuato», sostiene la Cassazione, «avrebbe certamente consentito il ritrovamento». L’ha fatta franca, ma soltanto fino all’arresto dei carabinieri di Cerignola.
GLI ALBANESI Lo spaccio è un lavoro redditizio ma sporco. E lo sanno anche gli albanesi, autori di una scalata ai vertici della filiera della droga grazie alla loro «professionalità criminale» e alla capacità di gestire «entità e numero di rifornimenti»: «Questo qui ha fatto venti anni di carcere, io non mi posso ammazzare con questo», sono le parole pronunciate da uno della banda pronto a trattare con un personaggio di «vicino Pescara». Predica attenzione l’albanese: «Non possiamo prenderli in giro... o iniziamo questo discorso e lavoriamo o non lo iniziamo proprio». Ma l’importante alla fine è sempre una cosa sola, fare i soldi: «Se il lavoro è a sette, allora esce qualcosa, altrimenti così non posso andare da nessuna parte». Il rischio di mandare tutto a monte c’è sempre e c’è anche chi si lamenta di non essersi «messo un centesimo in tasca»: i messaggi ripercorrono la trattativa andata male: «Quello ha dato solo 200, gli altri me li darà quando mi porterai gli altri 2.500 grammi».
FRATELLI E CUGINI Una rete di «fratelli», «cugini» e «amici» si allunga da Bari e Lucera fino a Pescara: «Fratello io ti ho detto: ti chiamerò in serata! Vedo prima le carte della macchina e vengo lì con le carte! Poi vengo direttamente». Le «carte», dicono gli atti giudiziari, sono i soldi. E lo rivelano gli stessi albanesi intercettati: «Verrò io a portarti i soldi». Ma bisogna stare attenti a non dirlo in giro: «Possiamo fare anche domani! Per il momento non avvisare gli amici».
AL TELEFONO NO «Non chiamare più al telefono, non parlare». Attenzione, osservano gli albanesi che passano le giornate a cambiare schede telefoniche per sfuggire alle orecchie degli investigatori: meglio «le cose da vicino». Inventano parole in codice ma non basta: «I “tre caffè”», dice la Cassazione, «si riferivano a tre chili di sostanza stupefacente, valorizzando il linguaggio criptico, ma anche le frasi estremamente chiare, per i riferimenti ai quantitativi e alle somme».