Edilizia, spariti 12mila posti di lavoro

In 800 con i sindacati allo sciopero a Roma: il paradosso più grande si consuma all’Aquila dove i cantieri licenziano
L'AQUILA. In ottocento sono arrivati ieri a Roma da tutto l'Abruzzo per chiedere lo sblocco degli appalti pubblici e l'apertura di nuovi cantieri. Una partecipazione massiccia, quella dei lavoratori abruzzesi del settore edile e delle costruzioni che hanno risposto alla chiamata allo sciopero nazionale indetto dalla Fillea-Cgil, Filca-Cisl e Feneal- Uil. Slogan e bandiere blu, verdi e rosse – i colori delle tre sigle sindacali – in una piazza del Popolo gremita da 20mila operai, mobilitati «per sollecitare il Governo ad avviare velocemente le grandi opere rimaste al palo».
L'Abruzzo, in tal senso, paga un prezzo altissimo: 12 miliardi fermi per la ricostruzione pubblica e privata del sisma 2009 e del terremoto Centro-Italia e 12mila occupati persi dal 2008 ad oggi. Il più grande dei paradossi si registra proprio nel cantiere più grande d'Europa, L'Aquila, che ha perso, nell'ultimo anno, ben 2mila occupati nel settore edile: un tracollo del 25%.
APRITE I CANTIERI. La crisi dell'edilizia morde forte, tanto da spingere i sindacati di categoria a scendere in piazza al grido di «Rilanciare il settore per rilanciare il Paese».
«Chiediamo la cantierizzazione delle risorse disponibili per far partire i lavori pubblici. Paradossalmente, i soldi ci sono, ma i cantieri non vengono avviati», affermano Giovanni Panza, della Feneal- Uil, Silvio Amicucci, Fillea Cgil, e Lucio Girinelli, Filca Cisl Abruzzo, «si stima che in Italia ci siano 150 miliardi di euro disponibili per opere pubbliche e infrastrutture. Un forte impulso all'economia locale arriverebbe proprio dallo sblocco delle grandi opere».
In Abruzzo, secondo i dati diffusi dalle organizzazioni sindacali, ci sono 20 miliardi di euro stanziati e pronti per essere spesi: 12 miliardi, tra lavori pubblici e privati della ricostruzione sisma 2009 e Centro-Italia, a cui si aggiungono 2 miliardi e mezzo di fondi Masterplan e stanziamenti europei, e una serie di opere inerenti la manutenzione e messa in sicurezza autostradale, interventi su infrastrutture e reti idriche, riqualificazione delle periferie, dissesti idrogeologici e manutenzione strade.
EDILIZIA IN GINOCCHIO. «Interventi che, se avviati», spiega Panza, «muoverebbero qualcosa come 20 miliardi di investimenti, con una ricaduta positiva di 50mila nuovi occupati».
Capacità politico-amministrativa di rendere cantierabili le opere previste è la richiesta girata al Governo. «Per il solo raddoppio della rete ferroviaria Pescara – Bari sono stati stanziati 299 miliardi di euro, ma il cantiere è fermo. 141 milioni sono stati previsti sulla tratta Pescara-Roma», incalza Panza, che snocciola altri dati: «Da quando è iniziata la crisi, nel 2018, il comparto delle costruzioni ha perso 12mila addetti. Addirittura, in provincia dell'Aquila nell'ultimo anno si sono andati in fumo 2mila posti di lavoro nell'edilizia, con una contrazione dell'occupazione del 25%».
LE PROPOSTE. «Servono politiche di sviluppo mirate», l'appello della Fillea- Cgil, Filca – Cisl e Feneal-Uil, che hanno elaborato una piattaforma unitaria.
Al primo punto figura la costituzione di una cabina di regia a palazzo Chigi «per riaprire velocemente i cantieri, attuando politiche di intervento tramite l'utilizzo di un Fondo di garanzia. Ma servono anche piani straordinari per la messa in sicurezza del territorio, di strade e porti. Dobbiamo qualificare le stazioni appaltanti», affermano i sindacati, «che appaiono sempre meno in grado di progettare e rendere esecutivi i bandi già espletati. Occorrono mettere a sistema gli incentivi per le ristrutturazioni, una politica di tutela e riconversione dell'occupazione e una maggiore qualificazione delle imprese, con la patente a punti, per impedire lo sfruttamento dei lavoratori, applicando il Durc di congruità. Infine, la sburocratizzazione del codice degli appalti. Misure necessarie per rilanciare il settore edile e porre un freno all'emorragia occupazionale in atto».

