Elisa, prigioniera in tre lager «Per molti anni mamma tenne segreto quell’orrore»

28 Gennaio 2018

La Misaglia venne deportata a Mauthausen, Auschwitz e Ravensbruck «Nel ’90 per la prima volta parlò della sua storia e noi figli capimmo i suoi silenzi»

PESCARA. È sopravvissuta a tre campi di sterminio. Per cinquanta anni ha imprigionato nell’anima gli orrori di Auschwitz, Mauthausen e Ravensbruck che hanno segnato per sempre la sua esistenza. Elisa Missaglia, pescarese originaria di Lecco, deportata per 14 mesi – dal marzo 1944 al maggio 1945 – nei campi di sterminio tra Austria, Polonia, Germania, morta il 31 gennaio 2002 all’età di 83 anni, si è trascinata dietro il peso dei ricordi delle torture, dei prigionieri assassinati a intervalli di dieci minuti, dell’odore dei forni crematori sempre accesi, della neve candida cosparsa di rosso sangue.
Ha tenuto tutto dentro per non affliggere i suoi cari. Ha represso rabbia e dolore per decenni. Ha pianto lacrime amare in solitudine. Poi, nel tempo, immersa nella quotidiana normalità, è riuscita anche a perdonare i suoi aguzzini grazie all'aiuto spirituale di padre Guglielmo Alimonti, discepolo di San Pio da Pietrelcina, durante le tante preghiere nella chiesa della Madonna dei Sette Dolori ai Colli, dove Elisa Missaglia (figlia di Enrico e Giuseppina e sorella di Paola e Mario) viveva con il marito pescarese Gabriele Giurastante (ferito in guerra e deceduto il 7 luglio 2006) e i figli Rita, Biagio e Antonella. Quest'ultima autrice, insieme a Flavia Florindi, del libro “76147, la mia storia”, che racconta l’Olocausto di Elisa Missaglia.
Per Biagio Giurastante, classe 1952, secondogenito della deportata scomparsa 16 anni fa, la conservazione della memoria è una missione da consegnare alle future giovani generazioni. Per non dimenticare. Affinchè non si ripeta mai più. «Anche se la storia purtroppo si ripete», riflette Giurastante, appassionato di videofotografia insieme al figlio Cristian, « e gli orrori ancor peggio. Oggi il mondo è pieno di “olocausti”, di gente che muore per la follia di pochi, si chiamano solo con un altro nome. Ci vorrebbero giornate delle memorie tutto l’anno».
Signor Giurastante, come finì sua madre nei campi di sterminio nazisti?
Aveva 25 anni all’epoca. Viveva con la sua famiglia a Lecco, in Lombardia, dove era nata. Lavorava come operaia, insieme al padre Enrico, caporeparto nella fabbrica metallurgica dove era in corso uno sciopero proclamato dal Comitato di Liberazione nazionale, al quale lei partecipava. Era il 7 marzo 1944. I fascisti piombarono in fabbrica intorno alle 14 e la prelevarono insieme ad altre 26 persone. Nonno Enrico tentò di salvarla, ma i nazisti gli puntarono un mitra alle spalle.
Dove la portarono?
Da Lecco in una prigione di Como dove rimase una settimana al gelo. Successivamente fu trasferita a Bergamo il 14 marzo e consegnata ai tedeschi. Di lì, tre giorni dopo, partenza per Mauthausen, in Austria. Quindi Auschwitz, dove rimase sette mesi e sei mesi nel lager femminile di Ravensbruck, dove patì ogni genere di violenza fisica e psicologica. A cominciare da quel numero, 76147, tatuato sul braccio sinistro che le toglieva ogni identità. E poi, ancora, i supplizi degli appelli che la costringevano a restare immobile per ore sotto il sole, la pioggia o la neve, la fame nera, la paura di morire continua. E contemporaneamente il desiderio di gettarsi contro il filo spinato per porre fine a quell'incubo. Il ricordo della mamma, fortunatamente, la faceva desistere ogni volta. Incrociò, un giorno, ad Auschwitz anche il dottor Josef Mengele, di lui ricordava che era un giovane dall’aspetto distinto e che non sembrava un criminale.
Un incubo finito nel 1945.
La liberazione fu il 5 maggio 1945 a Ravenbruck, dove con le altre prigioniere costruiva bossoli nelle fabbriche dei dintorni. Pesava 29 chili. Vagò per dieci giorni e poi impiegò tre mesi per tornare a casa, dalla Germania a piedi o a bordo delle tradotte. Tornata a Lecco, la vita ricominciò.
Tornò a fare l’operaia?
Sì, con tutto il peso di quell’orrore dentro, tornò in fabbrica a lavorare. Lì conobbe mio padre, abruzzese di Vacri arrivato a Lecco dopo essere stato gravemente ferito in guerra nel 1941 sul fronte greco-albanese. Si fidanzarono e si sposarono il 28 dicembre 1948. Papà sentiva il richiamo della terra natìa e contro il desiderio di mamma, i miei si trasferirono in Abruzzo nel 1955. Vissero a Vacri per un periodo, poi a Pescara, ai Colli, e aprirono un negozio di alimentari in via Foscolo.
Quando Elisa decise di raccontare il suo inferno?
Da ragazzi, noi figli, qualcosa riuscimmo a intercettare nelle pieghe delle sue parole. Ma raccontare significava riaprire ferite sanguinanti. Per tanti anni rimase quasi in silenzio. Solo quando, nei primi anni Novanta, spinta da un nipote, aprì il suo archivio degli orrori agli studenti di una scuola pescarese, ci rendemmo conto dell'immane tragedia che aveva vissuto. Da quel momento, tra libri e interviste, non ha mai smesso di testimoniare, commemorare, ricordare, partecipare alla "memoria collettiva" per non dimenticare.
Quali erano i sentimenti di Elisa nei confronti dei suoi persecutori?
Inizialmente provava molta rabbia e odiava i tedeschi. Non voleva perdonare chi le aveva distrutto la vita. Poi è riuscita anche in questo obiettivo grazie all'aiuto di padre Guglielmo. Mamma seguiva le sue messe ogni mattina all'alba, chiacchieravano e pregavano insieme. All'improvviso i suoi aguzzini non le fecero più paura. La sua fede cresceva tanto che decise, ad un certo punto del suo percorso spirituale, di diventare suora laica.
Tornò mai nei luoghi in cui aveva sofferto?
Si, due volte, negli anni Ottanta ad Auschwitz. I ricordi la dilaniavano, ma non poteva farne a meno.
Che tipo di madre è stata?
Molto presente, sempre pronta a trasmetterci i valori importanti, l'onestà, la disponibilità verso il prossimo. Però rimaneva sempre quella sorta di pudore nell'aprire il suo cuore. Sembrava, talvolta, fredda e distaccata, incapace di provare emozioni. Mi sono mancate le sue carezze, ma era il suo modo di reagire alle durissime prove che la vita le aveva posto sul cammino.
Qual è stato, per la signora Missaglia, l'ultimo Giorno della Memoria?
Il 27 gennaio 2002, quattro giorni prima della morte a causa di una malattia che ha combattuto per tre anni. Lo trascorso in un letto d'ospedale. Per ogni figlio i genitori sono speciali. I miei sono stati, per me e le mie sorelle, un po’ più speciali. Si sono molto amati. Uniti indissolubilmente da un amore che ha alimentato il coraggio di superare insieme le tante difficoltà di una vita spesa nel creare una dignitosa esistenza e nel darci un esempio impeccabile e incrollabile di correttezza e umanità.
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