Era stata disposta una sorveglianza bassa

9 Aprile 2021

Trotta era solo in cella. In tutta la struttura i controlli affidati a otto agenti. I sindacati: «Siamo pochi»

PESCARA. Sabatino Trotta occupava una delle due celle singole della sezione circondariale destinate ai nuovi detenuti, che devono necessariamente rispettare un periodo di isolamento per via della pandemia. Dopo la visita di ingresso per lui è stato disposto un livello basso di sorveglianza, visto che appariva tranquillo. E come le altre persone recluse a Vasto (135 in tutto) è stato controllato, nella sua prima giornata di detenzione. In linea generale i controlli avvengono ogni 30-40 minuti, ma talvolta è necessario anche più tempo, circa un’ora, per monitorare tutto il complesso di Vasto, tra la sezione semiliberi, la casa circondariale, l’osservazione, la casa lavoro e la sezione Covid (per i detenuti che poi vengono trasferiti in altre strutture). Un tempo variabile, legato all’esame attento sui singoli, specie di notte, quando dormono.
Due sere fa, quando il medico si è tolto la vita con un laccio della tuta che indossava, in servizio c’erano otto agenti e un coordinatore e i controlli hanno riguardato anche la zona dove era rinchiuso Trotta, coperta dalle telecamere. E ieri mattina, tra il personale e i rappresentanti sindacali locali e nazionali il clima era di «dispiacere, sgomento e frustrazione perché si perde una vita umana, ed è una vita affidata alla nostra custodia. Una sconfitta per il sistema penitenziario».
Certo, il Covid ha stravolto tutto perché prima della pandemia «chi non era mai stato recluso e appariva fragile veniva sistemato con altri detenuti, per evitare che restasse solo e per far scattare più rapidamente l’allarme in caso di gesti estremi. Ma le disposizioni sanitarie scattate per via del Covid hanno cambiato le regole», spiega dall’Uspp il segretario regionale Sabino Petrongolo esprimendo «il cordoglio per l’accaduto e vicinanza alla famiglia Trotta», oltre a sottolineare la «carenza di personale a cui ricondurre tutto». Dopo anni di esperienza, chi lavora nella polizia penitenziaria sa che «è difficile salvare una persona, quando decide di farla finita», perché specie in casi simili accade «tutto in pochi minuti. Il personale fa il possibile e a Vasto la polizia penitenziaria è attenta e preparata», dicono dall’Osapp. Senza «voler scaricare le responsabilità», l’Osapp fa notare che il cuore del problema è «la carenza di addetti. A Vasto, che dovrebbe essere solo casa lavoro, questa carenza è del 50% e anche chi non vuole capire dovrebbe capire che siamo stanchi e stremati, facciamo riposi dopo due settimane di lavoro, le ferie di aprile e maggio sono sospese e dal 2020 i pensionamenti sono stati una ventina, senza rimpiazzi». Gennarino De Fazio, segretario genaerale della UilPa Polizia penitenziaria fa notare che «ora si cerca un colpevole e si individua nelle catene più deboli ma le responsabilità vanno ricercate nella politica che fino ad ora ha affrontato i problemi del sovraffollamento e della carenza di personale solo con dei palliativi. Noi faremo in modo che emerga la verità su una situazione emergenziale ormai stratificata e costante. In carcere manca la programmazione perché si deve far fronte all’emergenza. E se è vero che si potrebbe fare di più è vero anche che è tutto legato agli organici, anche di quelle professionalità specifiche che affrontano malesseri di natura psichica. Il disagio, poi, è anche del personale». Dallo stesso sindacato Ruggero Di Giovanni osserva che «in casi come questo, in cui è impossibile prevedere un gesto terribile, si spera che non vengano immaginate responsabilità da parte dei pochi poliziotti in servizio». E Renato Tramontano definisce «troppo pochi i 70 addetti in attività». (f.bu.)