Export e occupazione: l’Abruzzo è in frenata

L’economista Mauro: Automotive in difficoltà? Non possiamo arretrare
Gli ultimi dati Istat sulle esportazioni e sul mercato del lavoro del 3° trimestre 2022 inducono a qualche importante riflessione. Nel panorama degli avvenimenti negativi che si trascinano dal 2020 la prima questione che emerge è la brusca frenata dell’export. Dopo anni di costante crescita, con valori superiori alla media nazionale, la variazione percentuale del 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, è soltanto dello 0,4% contro il 21,2% dell’Italia. Questo dato appare fortemente condizionato dall’andamento negativo dei mezzi di trasporto (-23,5%) a seguito del peso ancora rilevante (36,4%) che questo settore esercita sul totale esportato. Il rallentamento delle esportazioni, ma segnatamente la caduta dell’automotive, non può essere sottovalutato nell’analisi dello scenario economico. L’export esprime la capacità delle imprese localizzate nel territorio a essere competitive sui mercati internazionali e quindi a rappresentare, per il contributo fornito all’occupazione e all’innovazione, un volàno fondamentale della produzione regionale.
Tuttavia, dall’analisi dei flussi dei mercati internazionali emergono anche aspetti di indubbio interesse per le prospettive della regione. I settori tipici del made in Italy, quali da un lato tessile, abbigliamento e pelle e dall’altro alimentari e bevande registrano una significativa tendenza espansiva (+46,0% per il primo settore e 52,0% per il secondo comparto rispetto al 2018). Soprattutto il tessile e abbigliamento sembra aver superato una lunga fase di difficoltà sotto il profilo organizzativo e della specializzazione produttiva, raggiungendo un assetto efficiente e tale da valorizzare il grande patrimonio di professionalità. Nel complesso, l’Abruzzo non si può permettere il ripiegamento della grande impresa in quanto potrebbe diffondersi sull’intero sistema produttivo, sia nella capacità di generare innovazione e sia sul piano occupazionale. Analogo ragionamento per quanto concerne il mercato del lavoro. La caduta nei confronti dello stesso trimestre dell’anno precedente è piuttosto consistente, passando da 491mila a 471mila occupati, riportando verso il basso il tasso di occupazione che dal 58,6% diminuisce al 56,9%. Si ritiene che tale dato possa essere interpretato in termini di assestamento del profilo occupazionale della regione, dopo la forte espansione del numero degli occupati di ben 32mila unità nel corso del 2021. Ora, non v’è dubbio che il lavoro e la persona costituiscono il nucleo centrale di ogni processo economico e centrale. Gli indicatori del mercato del lavoro dimostrano quanto sia importante avvicinare la domanda con l’offerta di lavoro attraverso politiche volte ad adeguare le competenze alle nuove esigenze delle imprese imposte dai mutamenti sul mercato. La qualità delle risorse umane rappresenta una componente prioritaria dell’agire economico al fine di rendere competitivo l’intero sistema regionale. Gli investimenti vengono attratti non solo dalle agevolazioni e dai contributi, ma anche e soprattutto dalla diffusione dei saperi nel territorio. Tutto ciò richiama l’importanza dei processi formativi, in quanto le imprese richiedono personale basandosi da un lato sulle conoscenze di base e dall’altro sulla capacità di manovrare le nuove conoscenze operative. In generale, gli indicatori esposti dimostrano le difficoltà del momento congiunturale, ma anche la capacità di resistere alle molteplici avversità. Le conseguenze nefaste della pandemia e della guerra potevano far pensare a un tracollo economico. Questo non si è verificato. Secondo talune stime la crescita dell’Abruzzo nel 2022 sarà pari al 3,7% mentre le previsioni per il 2023 indicano un PIL con segno positivo. Ciò nonostante il vertiginoso aumento dei costi dell’energia, cui si associa un’inflazione che colpisce redditi e capacità di spesa dei cittadini. Un’inflazione che appare essere più elevata rispetto alla media nazionale (12,9% contro 11,8% della media nazionale), che tende a comprimere in misura consistente i consumi delle famiglie e rinviare gli investimenti delle imprese. Oltre al diffuso disagio dei cittadini prevale una situazione di grande incertezza, che dovrebbe spingere verso un senso di responsabilità collettiva. Diffondere incertezze credo che non serva a nessuno se non alla politica con la p minuscola. Le prospettive della Regione potrebbero forse basarsi su una duplice traiettoria: la capacità di definire un modello di crescita e la capacità di comporre un assetto sociale. Il che significa porre al centro della politica economica i temi dominanti dell’innovazione e dell’industria, della formazione e dell’ambiente, della dinamica demografica e dei centri minori. Sotto questo profilo la regione sta lavorando intorno a un programma di sviluppo. L’insieme degli investimenti pubblici, degli investimenti ZES (Zone economiche speciali) e degli investimenti privati può conferire stabilità all’economia regionale, superare i sintomi di smarrimento presenti nelle famiglie e nelle imprese, creare fiducia e determinare le condizioni per l’Abruzzo del futuro.
*economista
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